mercoledì, 25 gennaio 2012

Il calendario StrudelOne 2012!!!

Eccolo qui, finalmente!

Il tanto atteso Calendario StrudelOne 2012!!!

Per la gioia dei collezionisti, di coloro che lo terranno appeso alla parete della stanza e di quelli che lo consulteranno in bagno una tantum al momento del bisogno...

Bacionissimi, Andrea :O) 

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sabato, 14 gennaio 2012

Mission Inps-ible! (1^ parte)

tom cruise,mission impossible,007,rapina,pensioni,monti,manovra,anziani,inpsOsvaldo, si alzò prestissimo dal letto. Erano poco meno delle cinque del mattino. Fece una doccia al volo e trangugiò una merendina maleodorante, mentre infilava lesto i vestiti. Non riuscì nemmeno a sentire il sapore dello strano essere che gli passava attraverso la bocca, perché non operò neanche un minimo accenno di masticazione. Era troppo teso per soffermarsi a mettere in atto i nobili consigli dell’associazione medici dentisti sulla famosa corretta masticazione, che previene la carie, salva denti e gengive e garantisce una sana e corretta digestione. Del resto, i denti li aveva persi tutti in un sol colpo già a sedici anni, urtando inavvertitamente tutti indistintamente, uno dopo l’altro, i dodici scaffali d’una cassettiera e le gengive da allora gli erano rimaste perennemente irritate e arrossate con progressiva tendenza a ritrarsi. Quanto alla digestione, soffriva sin dai tempi del latte materno d’una colite spastica a grappoli plurimi aggravati, che lo portava a lunghi periodi di stitichezza, alternati ad altrettanto lunghe fasi di diar.. insomma, al punto in cui era, una masticazione a cazzo non poteva certo che migliorarlo! E comunque, aveva cose più importanti ora da sbrigare. Molto più importanti della masticazione ad arte!


Si bloccò di scatto. Ma com’è che s’era incartato in questa storia della masticazione? A volte la mente fa brutti scherzi. S’avvita, s’accartoccia, prende strani sentieri, s’immerge in piccoli rivoli, che poi diventano fiumi, per sfociare infine nel mare aperto e spandersi, perdersi e annebbiarsi irreversibilmente. E’ come la sottile linea del tempo, che può divenire curva e allora non hai più la sensazione di chi sei e dove sei e di ciò che ti si affastella nei due emisferi del cervello. Non c’è un prima, non c’è un dopo, non  c’è un c’è, non c’è un un e, purtroppo, non c’è un mentre, anche se l’idea del mentre può risultare interessante, intrigante, da mordere al volo, ma.. mordere? Con quali denti?!?


Confuso, Osvaldo si diresse al box auto, tagliando il freddo gelido del mattino. Ripose quindi le forbici nella tasca del giubbino e cercò come poteva di sollevare la saracinesca, piombata inspiegabilmente in uno stato catatonico di depressione acuta. Dopo poco, aprì quindi la portiera dell’auto per mettersi in moto. Si bloccò di nuovo. Ma, a cos’è che in realtà aveva girato la chiave nel cruscotto: all’auto o alla moto? Lo stato confusionale aumentò fino all’ennesima potenza. E ora l’uomo era anche disorientato sul piano geografico. Ennesima.. Potenza? Dove si trovava di preciso, in Sicilia o in Basilicata? O in tutti e due i luoghi in contemporanea? Che fosse diventato bino? O addirittura trino? Trino? Stava forse per mettere in moto un trino di Trinitalia? Uno di quei gioiellini che sfidano impavidi le temibili leggi del tempo, perdendo sistematicamente in modo misero la battaglia? Uno di quelli che restano travolti e tristemente doppiati dai corsi e ricorsi storici vichiani. Che c’entri che sei qualcuno e ne scendi che sei qualcun altro, in un’altra dimensione spazio-temporale?


Basta, basta, basta!!! Qualunque bestia fosse quella di cui aveva appena penetrato il cruscotto, andava perfettamente bene. Girò svelto la chiave nella toppa e il rombo metallico in simil-latta del motore ruppe il silenzio di quelle prime luci dell’alba, dando un risveglio da incubo a un paio di centinaia di volatili, cani e gatti ben assortiti che, riemersi dal sonno profondo, manifestarono rumorosamente e a lungo il loro feroce disappunto.

 

L’uomo, appena fuori dal box, spinse col dito sul pulsante del telecomando e immaginò che il cancello automatico si richiudesse all’istante dietro le sue spalle. Che roba avveniristica.. pensò tra sé e sé.. stile odissea nello spazio. Subito dopo, però, mise da parte l’immaginazione e scese dal veicolo per chiudere personalmente la saracinesca col vecchio e collaudatissimo metodo meccanico-analogico dei suoi antenati. Macché cancello automatico. Chi se lo poteva permettere un cancello automatico. Non certo lui. Non si sarebbe trovato lì, a quell’ora del mattino, se fosse stato vero il contrario. Sbuffò adirato e proseguì con la macchina fino all’uscio di casa.

 

Un attimo dopo, venne fuori lentamente una vecchia signora sull’ottantina in scarpe da tennis Lotto per stare in piedi. Era in pantaloni e lupetto neri di tutto punto croce; doveva essere brava a sferruzzare. Teneva in mano una palettina e un sacchetto di plastica, probabilmente per i bisogni del lupetto. Aveva i capelli gialli come loro. Ma loro chi, se non c’era un’anima viva in giro a quell’ora del mattino? Certi paragoni sembravano decisamente fuori luogo. Li teneva raccolti dietro la nuca, in attesa che passassero a ritirarli quelli della nettezza urbana. Il che non avveniva certo di frequente, anche se, a onor del vero, le cose erano nettamente migliorate da quando lei e Osvaldo erano venuti via da Napoli.

 

“Arrivo caro” - urlò la vecchia. Dovettero quindi trascorrere cinque o dieci minuti, giusto il tempo d’inserire un paio di chiavi nelle toppe della porta e farle ruotare tra i dolori lancinanti d’una artrosi deformante. Ultimo passaggio: restava d’attivare l’antifurto, di cui però l’anziana signora mal ricordava il codice.

 

“Osvaldo ricordi? E’ il mio mese di nascita o il mio e il tuo mischiati insieme? Il giorno del tuo compleanno? La conversione in numeri del mio nome? O era del tuo? Forse i giorni che mancano alla data del mio pensionamento, previsto esattamente all’età di 112 anni, in base alle nuove aspettative di vita individuate dallo Stato? Oppure è il numero corrispondente alla mia età?”

 

Osvaldo, sempre più teso e insofferente, chiosò impietoso - “Niente di tutto questo, mia dolce metà – “credo l’alzheimer, ma.. non chiedermi il numero!” 

 

Insomma, cosa avrebbero potuto prendersi i ladri in quel buco immondo, tolto quel che i topi si erano già rosicchiati abilmente e già da parecchi anni. L’unica cosa da fare e fare subito era vendere l’antifurto, fintanto che non divenisse obsoleto!

 

“Greta, tieni conto che le combinazioni, proprio come i numeri, sono infinite e noi oggi ci siamo svegliati presto apposta per fare le cose bene. Dai retta a me, lascia stare. Entrasse pure qualcuno in casa. Vedendo come stiamo messi, magari ci dice culo e ci fa l’elemosina!”

 

“Arrivo, arrivo” – urlò lei mentre all’invidiabile velocità da crociera di due tre passi l’ora si avvicinava all’auto – “piuttosto, hai ripassato bene il piano?”

 

“Certo, vecchia mia” – confermò lui – “è tutto stampato nella mia mente, in versione pdf, formato A4!”

 

“Bene allora facciamo presto. Le poste ci aspettano”. [to be continued]

domenica, 01 gennaio 2012

AUGURI AUGURI AUGURI DA ANDREA FIORE E STRUDELONE!!!

AUGURI AUGURI AUGURI DI UNO STREPITOSO 2012 DA ANDREA FIORE E STRUDELONE :O)

venerdì, 23 dicembre 2011

Un Natale elettrizzante!!! - Auguri da Andrea Fiore

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mercoledì, 07 dicembre 2011

B.B.B. Babbo Natale Offresi ora puoi anche ascoltarlo!!!

Grazie a Narralibri  il mio racconto di Natale ora può essere anche ascoltato :O)

 

Basta cliccare sull'icona Volume-Normal-icon.png

 

babbo natale offresi.jpg

Quel giorno Demis era al settimo cielo. Appena uscito dall’edificio della Hi-Robotics & co. ltd. con il plauso dell’intero consiglio d’amministrazione e un assegno fumante a più zeri per la sua strabiliante invenzione, era certo che avrebbe cambiato il mondo e si crogiolava in quella certezza con un sorrisetto trasognato. Percorreva il marciapiede della 22^ avenue e tutto intorno a lui ora sembrava più bello rispetto a poche ore prima. Riusciva persino a intravedere le verdi foglioline degli alberi seriamente compromessi dallo smog cittadino ai bordi del viale e a scorgere l’azzurro chiaro del cielo, al di là della cappa grigia che gli aleggiava a mezz’aria sulla testa. Era sceso tronfio giù per strada, saltando i gradini tre alla volta, con l’assegno ancora in mano e lo teneva adorante come si fa con una reliquia. Lo fissava con gli occhietti inumiditi dalla forte gioia, lo annusava e provava a immaginare quante di quelle cose, che aveva da sempre desiderato, ci avrebbe finalmente potuto fare. E fu così che, in tale inebriante stato di divina grazia, con la testa tra le nuvole, svoltò l’angolo della via a una velocità tale da non riuscire a schivare il grassoccio vecchietto che si ritrovò dinanzi tra capo e collo.

 

“Stai attento ragazzo, ma dove hai la testa?!?” – lo rimbrottò l’anziano signore, finito rovinosamente a gambe all’aria sul selciato – “a momenti mi mandavi al creatore!”

 

“Ops.. vi chiedo perdono” – rispose mortificato Demis – “ero euforico e pensavo a tante di quelle cose..”

 

“Alla velocità no però, eh?” – replicò l’altro, mentre scricchiolando in varie parti del colpo, tentava di tirarsi su da terra – “andavi come uno shuttle, porca boia!!!”

 

“Coraggio, vi aiuto a rialzarvi” – si offrì premuroso il giovane.

 

Demis, dopo che il vecchio fu di nuovo in piedi e fu certo che non avesse nulla di rotto, ma solo qualche ammaccatura di lieve entità disseminata alla rinfusa, accennò a un rapido saluto e si girò lesto per andar via. Si bloccò però subito all’istante, come se fosse stato attraversato lungo il corpo da un laser tagliente. Ruotò quindi lentamente la testa indietro per guardare ancora l’anziano signore. L’osservò meglio, con molta attenzione, scandagliandolo da capo a piedi e poi, con un filo di voce appena, provò ad azzardare - “ma voi.. ehm, intendevo dire, tu.. tu sei..”

 

“Esatto, io sono” – rispose il vecchio – “e se sono ancora, non è certo per merito tuo, ma per pura casualità. C’e mancato poco che non fossi più!”

 

“Ma certo, che stupido! Corrisponde proprio tutto: il vestito rosso col cigno bianco ai bordi, stivali e fibbia neri, cappello rosso e folta barba bianca. Tu sei Babbo..”

 

“..Natale” – completò prontamente l’anziano signore con una smorfia di disappunto sulle labbra – “e ora che lo sai, ti prego, vuoi lasciami in pace?”

 

“No che non ti lascio in pace, caro mio” – ribatté Demis – “ci ho messo anni a sperare di vederti; anche solo scorgerti per pochi istanti. La notte della vigilia di Natale, lasciavo sempre la mia letterina sul tappeto del salotto e m’appostavo dietro una grande poltrona in religiosa e paziente attesa, avvolto in uno di quegli orribili plaid, tipo kilt scozzese. E ogni anno, sistematicamente, passavano i minuti, le ore e poi le palpebre lentamente, prima l’una poi l’altra, s’abbassavano e venivo inesorabilmente sopraffatto dal sonno. Così, quando mi svegliavo il mattino seguente, il tappeto era pieno zeppo di regali, ma io avevo l’amaro in bocca, perché per l’ennesima volta mi eri sfuggito.. puff, passato come una meteora e svanito nel nulla!”

 

“Avevi però i regali..”

 

“Già, ma non te” – rispose il ragazzo con un pizzico di mestizia. Poi aggiunse visibilmente incuriosito – “ma dimmi piuttosto; perché sei così triste?”

 

“Triste? Mi vedi triste? S’è mai visto un Babbo Natale triste?”

 

“Direi che oggi è la prima volta che lo si può vedere” – sorrise Demis benevolmente.

 

“E’ una storia lunga e noiosa, ragazzo mio, non credo che possa interessarti”.

 

“Lascia che sia io a decidere. Tu pensa solo a raccontarmela”.

 

“Se proprio insisti” – sospirò profondamente il vecchio a occhi chiusi – “dunque, devi sapere che io ho un capo, di cui non posso farti il nome. E’ lui che dirige e coordina tutte le attività di smistamento dei doni, gadget e affini per le varie festività dell’anno e proprio ieri mi ha convocato per stamattina nel suo ufficio. E’ appena il 15 di ottobre, mi sono detto, cosa potrà volere da me. Probabilmente quest’anno vorrà fare le cose meglio, organizzare nel vero senso del termine, insomma ‘in grande’, come si faceva tanto tempo fa. Così, sono andato fiducioso e motivato a dare il meglio di me”.

 

“Mi sembra una cosa fantastica!”

 

“Al tempo, ragazzo, al tempo!” – lo bloccò Babbo Natale – “ho solo detto che pensavo che volesse strafare, non che poi le cose siano realmente andate così. Anzi!”

 

“Cosa intendi dire?”

 

“Mi sono presentato stamattina puntuale e lui era sorridente e affabile come sempre. Mi ha fatto accomodare e dopo aver dato un’ultima occhiata al giornale che stava sfogliando, ha commentato in particolare una notizia che parlava di crisi, di recessione, di disoccupazione, insomma una vera calamità. A quel punto, mi ha detto che in una situazione del genere i costi per gli eventi erano diventati insostenibili, che il budget si era tra l’altro ridotto e che tutti noi avremmo dovuto fare un sacrificio per superare questo terribile momento”.

 

“E tu cos’hai risposto?”

 

“Gli ho chiesto cosa avesse pensato per sé, dichiarandomi pronto a fare altrettanto anch’io”.

 

“E lui?”

 

“Mi ha risposto che per sé, se del caso, ci avrebbe pensato dopo e che invece ora la prima cosa da fare era gestire subito i sottoposti in modo più efficiente. In altri termini, la sua idea è mettersi subito al passo coi tempi e ridurre, un po’ come tutte le aziende, i costi del personale con gli ammortizzatori sociali o forme diverse di lavoro”.

 

“Ammortizzatori?”

 

“Sì, non ci crederai, la cassa integrazione anche per figure storiche e istituzionali come la mia!”

 

“Comunque, in tutta sincerità, non credo che tu corra seri rischi” – osservò il ragazzo – “considerata la tua età, dovresti essere l’ultimo in graduatoria nella lista dei cassintegrati”.

 

“E invece no. Sorpresa!” – sbottò il vecchio – “sono il primo in assoluto e incontestabile. In graduatoria siamo due in totale, io e quella vecchiaccia odiosa della Befana e lei è di poco più anziana di me!”

 

“Questa sì che è sfiga, amico mio. Sfigaccia nera, bella e buona!” – concluse corrucciato Demis – “avevi però parlato di altre forme alternative di lavoro?”

 

“Sì” – confermò Babbo Natale – “in alternativa, ci sarebbe il job sharing. Per questo il capo mi ha convocato in forte anticipo il 15 ottobre. Si tratterebbe di una distribuzione dei compiti tra me e la Befana per Halloween, Natale e l’Epifania, in modo da assicurare in due la prestazione di uno per le tre ricorrenze, ovviamente pagati metà ciascuno”.

 

“E’ un incubo!” – inorridì il ragazzo.

 

“Magari lo fosse. Purtroppo, navighiamo a vista nel mare agitato della più bieca realtà!”  

 

“E non credo che le cose miglioreranno, sai?” – aggiunse dispiaciuto Demis – “vedi quest’assegno? L’ho appena avuto per la cessione di un brevetto alla fabbrica di distributori automatici dietro l’angolo dal quale, svoltando ad alta velocità, poc’anzi ti ho tranvato. E’ un marchingegno self service che, interfacciandosi con anagrafe, casellario giudiziale e archivi vaticani, può decretare con assoluta precisione la tipologia di benefit cui ciascun ragazzino potrà accedre. Mi spiace dovertelo dire, ma credo che, con l’arietta che tira, di qui a poco, sia tu che la Befana resterete senza lavoro”.

 

“La bontà giudicata da una fredda macchina che fa aridi confronti?!?” – esclamò disperato Babbo Natale – “di questo passo dove arriveremo?”

 

“Magari a un confessionale computerizzato a gettoni” – provò a ironizzare Demis – “che, con una minima offerta libera, ti spara una raffica di preghiere da dire per penitenza, lunga in proporzione ponderata ai peccati che hai appena confessato a un avveniristico quanto asettico microfono criptato”.  

 

Trascorsero alcuni minuti in un imbarazzante silenzio, senza che Demis riuscisse a trovare le parole per confortare quel povero vecchio affranto, che gocciolava lacrime a oltranza. In cuor suo, il ragazzo avrebbe voluto scusarsi dell’invenzione, per aver creduto che potesse rivoluzionare il mondo e migliorarlo, per non avere compreso in tempo l’inquietante visione meccanicistica dell’universo che stava ormai dilagando irrimediabilmente tra gli uomini. A un tratto, però, sopraggiunse un bimbo in calzoncini corti, dagli occhietti vispi e i capelli rosso rame. Poteva avere sì e no cinque anni e i suoi occhi brillarono d’intensa gioia, come diamanti sapientemente intagliati, quando intravide e riconobbe la tonda sagoma.    

 

“Evviva!” – urlò il bambino euforico – “è lui. È Babbo Nataleeee.. che sballoooo!!!”

 

“Ti adora” – sorrise Demis alla volta del vecchio – “vedi? Tutti i bambini di questo mondo ti adorano e non solo loro..”

 

“Bé” – rispose Babbo Natale, stringendo le spalle – “allora sarà meglio che mi affretti a fare il mio lavoro in job sharing con la Befana, prima che me lo porti via la tua macchina della malora! Compatto tutte le domande in una e formulo l’‘all in one question’ al ragazzetto: <<Cosa vuoi bel bambino: carbone, regalino, dolcetto o scherzetto?>>”

 

“Nulla di tutto questo” - rispose il piccolo, spiazzando all’istante i grandi – “non voglio un bel nulla. Niente di niente. Mi basta poterti vedere e abbracciare, Babbo mio bello. Sapere che ci sei e che ci sarai sempre nel mio cuore, nella mia mente e nei ricordi dei miei genitori e dei miei nonni”.

 

“Grazie bambino” – sorrise il vecchio visibilmente commosso, abbracciando amorevolmente il ragazzino – “ci son cose che una macchina non può dare, come questo abbraccio stracolmo d’amore. E se anche potesse, da lei non le vorresti”.

 

Lo stesso giorno Babbo Natale rassegnò le dimissioni al suo capo e si mise in proprio. Libero professionista, freelance! Appariva ogni anno alla mezzanotte in punto del 24 dicembre e portava pace e serenità al mondo intero con la sua folta barba bianca e un sorriso dolce e rassicurante ben collocato al centro di due belle guanciotte gonfie e rubiconde. Nessun dono con sé, né punizioni. Per questo si limitava a riviare con sufficienza a una macchinetta automatica che sarebbe apparsa di lì a poco sui tetti delle case per calarsi dai camini. Lui portava solo amore, amore e tanta pace e una forte speranza che la frenesia della riduzione dei costi ‘a tutti i costi’ e il ricorso bovino al meccanismo dei tagli del personale a favore dell’asettico ‘fast e furious automatizzato’, non conducesse al punto del non ritorno: l’eutanasia dell’anima.

sabato, 03 dicembre 2011

Andrea Fiore alla Fiera del Libro di Morlupo con L'elettricista!

Vi aspetto alla Fiera del Libro di Morlupo col mio semi-serial thriller L'elettricista suona sempre 220 volt sabato 10 dicembre alle ore 17:30.

Ci divertiremo un mondoooo :O)

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Andrea Fiore e L'elettricista suona sempre 220 volt alla XIX Fiera del Libro - 3-18 dicembre 2011 - Centro Polivalente, Piazza Diaz 23 - Morlupo (RM)

 

Andrea Fiore e L'elettricista a Più Libri Più Liberi Roma (7-11 dicembre 2011)

 

Vi aspetto tutti alla decima edizione de “Più libri più liberi”, la Fiera Nazionale delle Media e Piccola Editoria, che si svolgerà a Roma da mercoledì 7 a domenica 11 dicembre 2011, presso il Palazzo dei Congressi dell'Eur.

 

Ci sarò anch’io e il mio semi-serial thriller “L’elettricista suona sempre 220 volt”. Che ne dite, non è una bella occasione per incontrarci e per fare ai vostri amici un divertente regalo di Natale?

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L'edizione 2011 si svolgerà con i seguenti orari:

mercoledì 7 dicembre ore 10 - 21
giovedì 8 dicembre ore 10 - 20
venerdì 9 dicembre ore 10 - 20
sabato 10 dicembre ore 10 – 21
domenica 11 dicembre ore 10 – 20

 

Lo stand del Gruppo Albatros si trova al piano terra (A22) e al primo piano (T09) del Palazzo dei Congressi – Piazzale Kennedy, n. 1

 

A presto, Andrea :O)

 

 

 

mercoledì, 30 novembre 2011

Andrea Fiore a Milano con L'elettricista suona sempre 220 volt

Milano, Sabato 26 novembre 2011 - Libreria MDD Bookshop di via Ascanio Sforza 37.
 
Ecco le foto della presentazione del libro semi-serial thriller "L'elettricista suona sempre 220 volt", edito da Il Filo Albatros Roma.
 
E' stata una serata speciale per me e spero che lo sia stata altrettanto per tutti gli amici intervenuti.
 
Comunicazione di servizio per tutti coloro che non sono potuti venire: ci sono ancora copie del libro in libreria e sono arrivate pure le copie del primo libro “Storia di morte, ricotta e mascarpone”
 
Ricordo, infine, che il libro può essere acquistato online sui portali di vendita (bol.it - lafeltrinelli.it - ilfiloonline.it - dvd.it - ibs.it, ecc...).
 
Potrebbe essere una buona idea regalo per Natale. A presto, Andrea :O)
 

 

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sabato, 26 novembre 2011

SONO GIA' A MILANOOOO :O)

SONO GIA' A MILANO. GIORNATA DI SOLE STUPENDA. CI VEDIAMO PIU' TARDI :O)


ANDREA FIORE - "L'elettricista suona sempre 220 volt" - Ore 18:00 alla Libreria Mdd Bookshop, via Ascanio Sforza, 37 - Milano!!!


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sabato, 12 novembre 2011

IL 26 NOVEMBRE ANDREA FIORE A MILANO CON L'ELETTRICISTA!!!

IL 26 NOVEMBRE VI ASPETTO TUTTI A MILANOOOOO!!!

Sarà una bellissima serata insieme al mio libro semi-serial thriller "L'elettricista suona sempre 220 volt"!

Ore 18:00 alla Libreria Mdd Bookshop, via Ascanio Sforza, 37 

FATE GIRARE LA NOTIZIA TRA I VOSTRI AMICI, A PRESTO ANDREA FIORE :O)

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giovedì, 03 novembre 2011

'Alla ricerca dell'Acca perduta' di Andrea Fiore diventa un audio-racconto!

Grazie agli Amici di Narralibri e alla stupenda voce di Chiara Sparacio, la mia fiaba per bambini e non "Alla ricerca dell'Acca perduta" è ora un audio-racconto!!!

Clicca sull'icona per ascoltare. Buon divertimento, Andrea :O)


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martedì, 18 ottobre 2011

Alla ricerca dell'acca perduta - 3 p.ta

Racconto di Andrea Fiore per bambini piccoli, grandi ed extra-grandi, dedicato agli stupendi ragazzini di una 5^ elementare di qualche anno fa.

Disegni di Carla Federico e Alessandro Lo Me

[Continua dal 31 maggio 2011]

arca, predatori, arca perduta, acca, ricerca, gnomi, fate, fiabe, risate, bambini, comico, demenziale, virgilioLa vita scorreva a corte monotona e lenta e sembrava essere una di quelle giornatacce grigie in cui fuori piove e la noia ti monta addosso come panna acida.. la regina buona se ne stava adagiata sul trono a far parole crociate ed il re saputello le stava accanto come accasciato, massacrato dall’accidia.

Uccide se ti prende e dura troppo..” – lesse la regina Pack dalle definizioni – “orizzontale di quattro lettere.. uhm.. che noia le parole crociate!! Che pessima invenzione!!”

“Ti sei già data la risposta, Regi” – fece il re accompagnando alle parole uno sbadiglio cinemascope stile Paramount Pictures. “la risposta è proprio noia”

“Bah!!” – fece l’altra. Poi proseguì – “questa è di quattro lettere verticale.. in mezzo a noialtri.. che può mai esserci in mezzo a noialtri.. Niente.. non c’è e non c’è mai stato niente.. ma niente non è di quattro, bensì di cinque lettere.. una in piùùùùù… Uffaaaa!!

“In mezzo a noialtri di quattro lettere… verticale?” – chiese il re con un’aria di sufficienza che avrebbe indispettito anche la persona più mite mai esistita sulla faccia di mille universi. – “la risposta non può che essere ‘ialt’’… è questo che, di quattro lettere, sta in mezzo a ‘noialtri’”

“Visto che sei così bravo..” – continuò Pack – “risolvimi questa: ci mandi la gente saccente ed impicciona.. nove lettere" 

“Semplice” – fece Domo – “la risposta è ‘quel paese’.

"Risposta esatta..” – annuì la regina – “e come premio ti ci mando io, fastidiosissimo essere saccente ed impiccione!!”

Proprio in quell’istante si spalancarono le porte del salone regale ed entrò un uomo trafelato.. era il corriere del mio sire che portava le ultime notizie della sera…

“Mio sire” fece rivolgendosi al re, poi voltandosi verso la regina “mia sira…”

“Seeee.. buona sira!!!” – fece contrariata la sovrana – “bando a questi inutili convenevoli, tra l’altro pieni zeppi d’errori da matitone blu!!  Quali nuove portate?!?”

“Vostro figlio” – esclamò il corriere col fiato che gli moriva in gola – “E’ stato catturato dalla Maga Brut ed ora rischia grosso, lui, Cartaforn ed Allumin”

“Diamine” – ruggì il re – “come sono andati a cacciarsi in una situazione siffatta. Ho sempre detto di non oltrepassare il muro delle fate..  

“L’hanno oltrepassato, eccome!!” – disse l’altro compenetrandosi ancor di più nei panni dell’ambasciatore porta sfiga patentato.

“Bisogna convocare immediatamente il superconsiglio della Champions League..” – ordinò il Re – “non c’è un solo attimo da perdere!!”

*  *  *

“Bene, bene, bene” – pronunciò di spalle la buia sagoma di vecchia con un cappellaccio nero a punta, mentre faceva roteare il pesante mestolo di legno nel grande calderone pieno zeppo di liquame di origine tutt’altro che controllata – “non ho ancora deciso che farò di voi, ragazzi miei.. mi piacerebbe trasformarvi in ranocchi, ma manca qualche ingrediente e poi odio quel continuo gracchiare.. piantine, ecco cosa.. silenziose piantine dalle foglioline verdi.. non sarebbe male, ma poi chi vi annaffia?!? No.. no.. no.. ma perché siete arrivati sin qui.. ma chi vi ci ha mandati.. mi state complicando enormemente la vita!!!”

venerdì, 14 ottobre 2011

Grazie infinite agli Amici di Business People!!!

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domenica, 02 ottobre 2011

Due rette parallele

timidezza,rette parallele,geometria,libri,racconti,umorismo,risate,comico,coppia,innamoramento,amore, andrea fioreDick era segretamente innamorato di Mary e Mary lo era di Dick. Il ragazzetto, sebbene avesse solo sette anni, avrebbe superato impavido montagne, scavato tunnel profondissimi, attraversato tre volte la manica a nuoto per lei e lei avrebbe volentieri rinunciato a un irresistibile tiramisù con decaffeinato pieno zeppo di pezzettoni tondi tondi e spessi di cioccolato fondente per lui. Tutto questo e altro ancora avrebbero fatto, sfidato intrepidi le leggi della natura, rinunciato senza una sola lacrima a un’ora col tuo campione preferito di football o col tuo attore super sexy, pur di scambiarsi un unico piccolo tenero bacio. L’unica cosa che però avrebbero dovuto fare, cioè parlare o agire d’impulso, questo no! Questo mai!

 

Dick era timido da agogna e pubblico ludibrio e Mary non gli era da meno. Abbassava il capo fin sotto la punta delle scarpe, solo che intravedeva in lontananza la sagoma del ragazzo e lo rialzava solo quando era più che certa che lui se ne fosse andato via definitivamente. Così, si guardavano di sottecchi, con la coda dell’occhio e approfittando l’uno d’un attimo di distrazione dell’altro, senza che nessuno dei due si fosse mai accorto d’essere osservato dall’altro.

 

Nei cinque anni delle elementari non si erano mai scambiati una parola, neanche per pura casualità. Neanche quella volta ch’erano rimasti rinchiusi in ascensore per più di un’ora. Sapevano l’uno della presenza dell’altro, ma avevano continuato a voltarsi le spalle, allo stesso modo che se fossero soli e Mary aveva addirittura sbuffato, lamentandosi che non ci fosse qualcuno con cui quantomeno chiacchierare nell’attesa d’esser liberati.

 

Eppure Dick stravedeva per Mary, anche alle medie, il suo diario era pieno di disegnini che la raffiguravano in tutte le pose possibili e inimmaginabili. Sdraiata sul letto o in riva al mare coi capelli soavemente accarezzati dal vento o in moto, stretta stretta, felicemente avvinghiata ai suoi fianchi. Mi fai il solleticoooo!, urlava lui divertito dentro la nuvoletta del disegno, mentre quasi perdeva il controllo del mezzo Mi farai morire prima o poi, mio dolce e diabolico tesoro!

 

Ma anche Mary non aveva ormai più spazi liberi tra le pagine del suo diario. I ‘Mary e Dick’ affioravano dappertutto come funghi selvaggi, come lo sbuffo impetuoso d’una balena in corsa e, solo aguzzando gli occhi e con molta fatica, avresti potuto scorgere nei buchetti infinitesimamente piccoli, rimasti casualmente liberi, gli appunti per il giorno dopo dettati dai prof. Non aveva spazio Mary nel suo diario per quelle cazzate!

 

I due crebbero. Dalle medie passarono alle superiori. La sorte li volle addirittura nella stessa classe e compagni di banco. Ma mai una parola, mai un fiato, mai un messaggio ancorché cifrato. Nessun contatto! Passarono insieme cinque anni della loro esistenza. Organizzarono feste, rave, gite e scampagnate, nelle quali coinvolsero amici di tutti i tipi, razze, credo politico e fede religiosa, ma mai un invito diretto tra loro, mai un sorriso compiaciuto, perché l’altro fosse venuto.

 

Dick giocava nella squadra di basket della scuola e Mary pensò bene di entrare nel gruppo delle ragazze pon-pon. Poi, lei decise di darsi all’arte e prese a recitare nel piccolo teatro vicino casa e lui, ch’era più o meno un cane, fece in modo di farsi prendere come comparsa. Così, a metà della rappresentazione, lei, comodamente seduta su un morbido sofà, dialogava in un grande salotto signorile con un’altra allegra cortigiana e lui, cameriere impettito, le versava silenzioso da bere un caldo tè, curandosi bene di non incrociare minimamente gli occhi della ragazza. 

 

Ed anche le vacanze estive le passarono sistematicamente nello stesso villaggio, dove costringevano genitori sempre più contrariati e paranoici a portarli con pipponi paranoici che iniziavano sin dai primi giorni dell’anno. Anche lì, in quel piccolo ritaglio di paradiso, tra palme tropicali, acqua limpida e frutta fresca di stagione, fingevano però d’ignorarsi. Partecipavano ai giochi in piscina come avversari, s’iscrivevano a squadre antagoniste di caccia al tesoro e quando lui andava in discoteca, lei optava per il cinema all’aperto, anche se buttava sempre un’occhiatina alla platea per capire a che punto fosse la proiezione e lei non vedeva l’ora che il film finisse per sbirciare in pista e verificare che Dick non fosse stato catturato da qualche esemplare ingrifato di femmina vacanziera.

 

La mattina di qualche anno dopo lei attraversò la soglia della chiesa vestita di bianco con un mazzo stupendo e odoroso di fiori d’arancio. Era bellissima, la donna dei suoi sogni e al braccio di suo padre si avvicinava all’altare. Dick era emozionatissimo mentre vedeva la ragazza ormai donna scostare il velo dagli occhi e mostrare il suo viso pallido solcato da due rossi accesi sulle gote infuocate. Era la donna della sua vita e veniva verso l’altare. Girò le spalle e senza batter ciglio svanì tra i banchi della chiesa, mentre l’organo suonava a festa e gli invitati applaudivano l’abbraccio della sposa al fidanzato e futuro marito. Così Mary sposò Matt, uno dei tanti uomini che era riuscita a guardare in faccia e a scrutare negli occhi. Non sapeva ancora se provava amore per lui o cos’altro, ma pronunciò quel Sì pensando a Dick.

Dick comunque non si era dato per vinto. Di lì a poco sposò una ricca signora di almeno vent’anni più grande di lui e si premurò a farci dei figli non tanto per la nonb giovane età della donna, quanto piuttosto per mettere al mondo dei figli coetanei di quelli di Mary.

 

Così i loro figli frequentarono lo stesso asilo, le stesse scuole, la stessa chiesa, lo stesso catechista, lo stesso prete, gli stessi amici, la stessa discoteca, gli stessi cinema. E ad accompagnarli andavano Dick e Mary. Li lasciavano e li prendevano agli stessi orari, senza mai salutarsi, come fossero estranei.

 

Fu sempre così per anni, fino a una triste mattina d’un inverno forse un po’ troppo freddo di parecchio tempo dopo. Dick era disteso come una lastra di marmo dentro una bara. Quattro ceri ai lati e i parenti in lacrime attorno. Aveva ormai novantacinque anni e il suo povero cuore aveva ceduto alle complicazioni d’una stupida influenza. A un tratto i presenti cessarono tutti insieme di bisbigliare. Qualcosa era cambiato tra le quattro pareti della stanza. Sulla porta c’era Mary. Era come un’antica icona medievale, sembrava un miraggio. I suoi occhi erano spenti e le labbra tradivano una smorfia di dolore. Si avvicinò a Dick, lo sfiorò appena con la punta delle dita e mormorò Credo d’essermi sbagliata. Voltò le spalle a Dick e svanì per sempre.

 

I due, per loro volontà espressa in testamento, riposano oggi l’uno accanto all’altro nel vecchio cimitero del paese, in una piccola tomba, teneramente cullata dal dolce fruscio dei rami ondulati d’un avvolgente salice. Nelle foto però si danno le spalle e sulla lapide c’è scritto “Ma questo qui accanto, chi cazzo è?”     

venerdì, 16 settembre 2011

Cose che lasciano il segno - Seconda parte

incontri,coppia,amore,eros,innamorati,amicizia,satira,demenziale,comico,libri,racconti,andrea fiore[Continua dal 01 settembre 2011] Trascorsero alcuni istanti in cui i due sembrarono essersi quietati. Francesco aprì il suo giornale e tra uno scossone e l’altro cominciò a rileggerlo o fece finta, considerato che già sul pullman aveva completamente esaurito la lettura delle stringatissime tre paginette. Marina si girò di fianco, ma continuò a osservare guardinga di sbieco il ragazzo come se volesse proteggersi da un ulteriore eventuale attacco.  

“Ma.. cosa stai leggendo?” – chiese la ragazza a un tratto.

"Ti da fastidio anche questo?” – rispose Francesco seccamente.

 

“Ehm, no” – ripartì Marina – “è.. è che ho notato che hai sottolineato le previsioni dell’oroscopo del sagittario. Sei del sagittario?”

 

“No, in realtà sono un pesci megalomane. Mi piace allargarmi e così ogni giorno sottolineo i segni altrui. Ogni giorno uno diverso. Oggi è toccato al sagittario.”

 

“Sei ancora arrabbiato per prima?” – chiese lei con tono addolcito.

 

“No. Sto solo ripassando mentalmente le regole della strada. Velocità, precedenza, ritiro patenti..”

 

Lei sorrise e sorrise anche lui. La situazione era diventata davvero strana e forse anche un po’ intrigante.

 

“Perché prima mi hai chiesto se sono del segno del sagittario. I sagittari di solito sgommano? In base alla teoria del Lombroso sono tutti pirati della strada incalliti?”

 

“No, ho chiesto così” – rispose Marina arrossendo.

 

“E tu di che segno sei?”

 

“Dell’ariete”

 

“A..riete?” – ripetè Francesco balbettando.

 

“Sì, perché? E’ un reato essere dell’ariete. Guarda che si sta bene. E’ un segno confortevole e con tante belle qualità. Coraggioso, altruista, attivo ed è il primo!”

 

“Come una sorta di membro onorario del club Ulisse dell’Alitalia” – completò Francesco con sarcasmo – “e che fai nella vita. Che cosa ti piace, che musica ascolti, vai a ballare, studi, lavori, hai tanti amici, un fidanzato, sei etero?”

 

“Devo risponderti subito a tutto nell’ordine dato oppure hai un questionario che posso portarmi a casa e poi magari col tempo ti rispondo in comode rate?”

 

“Ops.. ti chiedo scusa. Devo essermi un po’ lasciato andare. Ma, che vuoi, mi sono incuriosito. E poi in caso di scontro si chiede sempre oltre alle generalità qualcosa dell’altro”.

 

“Sì, credo che sia così” – confermò Marina – “di solito si chiedono le generalità, la patente, i dati dell’assicurazione ed anche hobby, lavoro, se si è etero, cattolici o musulmani e la sera si è liberi per l’approfondimento della pratica infortunistica. Provaci con la prossima che manderai al tappeto, caro mio!”

 

“Io lavoro in biblioteca, adoro leggere e ascolto musica country, seguo il calcio come un ossesso, vesto casual e odio giacca e cravatta, adoro stare a casa in pantofole e mi piace poco viaggiare, ho pochi amici, che frequento il giusto e ai quali sono però legatissimo, perché credo tanto nel valore dell’amicizia, frequento il movimento giovanile dei figli dei figli (ossia i nipoti) dei fiori, realizzo con le mie mani braccialetti in cuoio e borse in vimini artigianali che vendo nelle fiere alternative, attualmente non ho ragazze, ne ho avute tante, ma mai quella giusta, l’ultima risale a cinque mesi fa ed è ormai un ricordo smarrito, smanio per la montagna, il verde dei campi, il dolce fruscio delle fronde degli alberi e lo scorrere lento dell’acqua di un ruscello. Non so se ho dimenticato qualcosa, ma alla prossima scendo e..”

 

Marina lavorava in una casa editrice online, ma odiava profondamente i libri d’ogni genere, peso e misura. In quanto a musica, era monotematica: hard rock stile Black Sabbath e ACDC. Non pratica sport e non lo seguiva né in tv né negli stadi o palazzetti, men che meno il calcio, che aveva sinceramente odiato con tutta se stessa sin dalla prima palla che nella prima infanzia aveva incrociato con gli occhi. Vestiva raffinato, spesso tailleur e vestitini firmati, ed amava accompagnarsi con uomini ben vestiti. S’annoiava a stare a casa e quel poco che ci stava se ne andava in giro scalza. Era attorniata d’amici o sarebbe stato meglio dire conoscenti. Non era infatti riuscita a instaurare con nessuno un vero reale rapporto che secondo lei potesse definirsi d’amicizia e a questo punto a quel valore ci credeva ben poco. Frequentava l’azione cattolica, aborriva i figli i nipoti e gli zii dei fiori e incrociava le dita a croce ogni qual volta s’imbatteva in braccialetti e borse artigianali del tipo indicato da Francesco. Aveva avuto un solo ragazzo col quale trascinava agonizzante una lunga storia mai chiusa forse per noia o per mancanza di tempo. Infine adorava il mare e la montagna al massimo, quando fosse stato possibile, sarebbe stata disposta a guardarla dal bagnasciuga. Al verde dei campi preferiva il bianco azzurro spumeggiante delle onde, al fruscio delle fronde quello della rafia degli ombrelloni e allo scorrere dell’acqua del ruscello quello altrettanto gradevole di una sana doccia ai bordi d’una piscina assolata.

 

“..e” – s’inserì la donna completando la frase del ragazzo – “siamo come sale e zucchero, come acqua e fuoco, come giorno e notte, come bianco e nero. Troppo diversi, molto distanti, praticamente inconciliabili, pericolosissimi da mischiare, nonostante..”

 

“Nonostante?” – ripetè convulsamente Francesco mentre si aprivano le porte della metro e si accingeva a scendere.

 

“Nonostante i nostri segni siano stranamente giusti e l’oroscopo parli di noi. Io sono Marina.. addio!”

 

“Io Francesco.. addio!”

 

Francesco scese dal treno senza voltarsi indietro. Sentì solo le porte della vettura che si richiudevano pesantemente alle sue spalle. Era accaduto tutto così in fretta, nell’arco di poche fermate, di poche battute, pochissimi gesti. Doveva farsene una ragione. Dopo tutto, appena quindici minuti prima non sapeva nemmeno che Marina esistesse. Eppure non riusciva a distogliere la mente. Possibile che un oroscopo impertinente avesse scritto tutto prima, anche il loro incontro? Che un fato crudele ci avesse messo del suo? Che una serie di contrattempi avessero finito col condire il tutto? Le loro abitudini, i loro stili di vita, il modo di porgersi erano assolutamente diversi, realmente inconciliabili. Lei Ariete però le era rimasta dentro e lui povero Sagittario ora non si dava pace e non riusciva a scollare un passo dal punto in cui era sceso sulla panchina della metro. Scrollò il capo e si diede dello stupido. Alla fine si mosse. Dapprima lentamente ancora pensoso, poi finalmente, allungò il passo. Giunto che fu però alla tromba delle scale mobili volse per un attimo lo sguardo indietro come a voler salutare il luogo in cui per l’ultima volta i loro occhi si erano incrociati, dopo che lei aveva pronunciato le fredde e gelide parole che alle sue orecchie erano suonate come una terribile profezia. E fu allora che…

 

“Marina.. che ci fai lì?”

 

“Ho pressato d’istinto il bottone della porta e la porta si è riaperta. A quel punto sono scesa anch’io e..”

 

“Perché?”

 

“Perché sono una stupida e alla mia età credo ancora agli oroscopi!”

 

Francesco le andò incontro e la prese per mano. Quel giorno non andarono a lavoro e parlarono tanto. Erano disastrosamente in disaccordo su tutto, ma una cosa in comune su cui lavorare l’avevano, a parte la passione per l’oroscopo; la forte, intensa, irresistibile attrazione che li aveva incollati come un bostik l’uno l’altro sin dal primo istante che si erano incontrati. O sarebbe meglio dire, scontrati?

 

 

 

 

 

 

giovedì, 01 settembre 2011

Cose che lasciano il segno - Parte prima

incontri,coppia,amore,eros,amicizia,satira,demenziale,comico,libri,racconti,andrea fioreFrancesco salì sul tram. Erano le sette e un quarto del mattino e come sempre il mezzo era assiepato di gente di tutte le età, sesso, ceto sociale, credo politico e opinioni. Si chiese dove andassero tutti alla stessa ora, perché tutti in quella direzione, perché proprio sul suo tram. Seee suo… magari lo fosse stato. Allora sì che avrebbe contingentato l’accesso come diceva lui. Un biglietto da cinque euro a corsa, ecco: quello sì che avrebbe rimesso tutte le cose al loro posto! Si fece faticosamente strada tra la folla traballante e, tra una sgomitata e qualche pestataccia di piedi, riuscì a guadagnarsi, come fosse un piccolo isolotto felice, un due centimetri quadrati virgola cinque di spazio dove conficcò la sua personale bandierina virtuale della conquista.

Marina era in terribile ritardo in ufficio. La sera prima aveva fatto tardi e forse si era lasciata andare a qualche bicchiere di troppo. Non reggeva l’alcol e nonostante il terribile auto-coaching cui si sottoponeva la sera almeno un’ora prima d’uscire e le direttive ferree che si imponeva, ci cascava sempre e comunque in pieno. Tutta colpa di quei deficienti di amici che la sorte le aveva dato in dote. E prendine uno, un rhum e pera cosa potrà mai farti. Su coraggio un altro e poi un ultimo ancora e si va via. Bel risultato! Il giorno dopo? Pallida funerea da far paura ai morti, traballante e con certe borse sotto gli occhi, tanto da lasciare a casa la borsa vera, perché altrimenti la gente ti si avvicina credendo d’avere a che fare con un venditore ambulante di pellame. Era furente! Dov’è ch’era andata a imbucare l’auto la sera prima? Ricordava nitidamente le coordinate di tutti i parcheggi degli ultimi due mesi, con una visione chiara della sequenza temporale, ma quello della sera prima no! Provò a pigiare il pulsantino dell’antifurto nella speranza che giungesse un provvidenziale biiip a insegnarle la strada, ma, unico risultato immediato, girò in lungo e in largo, come fa un cercatore d’acqua drammaticamente a secco, per almeno cinque minuti o dieci minuti e solo dopo una serie d’improperi tendente a più infinito, s’udì il segnale acustico e la macchina apparve in tutta la sua maestosa bellezza, forse anche più bella di quanto in realtà non fosse.

Quasi a metà corsa, Francesco riuscì miracolosamente ad approdare a un posto a sedere, che era rimasto libero per alcuni attimi dopo essere stato occupato, nell’ordine, da una ragazza madre, un finto cieco, un cane guida, una vecchia incinta e un parcheggiatore abusivo. La fortuna sembrava arridergli perché l’ultimo passeggero aveva pure lasciato uno di quei giornali in cui trovi condensate in sole tre pagine tutte le cazzate che le vere testate giornalistiche ti diranno in cinquanta e i radio e telegiornali in non meno di tre ore durante la giornata. Mancavano ancora cinque o sei fermate alla sua e decise di dare un’occhiata per distrarsi. L’occhio gli cadde subito sull’oroscopo del giorno. Ecco, pensò tra sé e sé, di certo sono talmente sfigato che avranno finito l’inchiostro al momento di stampare le informazioni sul mio segno, oppure proprio lì si sarà strappata la pagina o.. una brusca frenata lo distolse da questi soavi pensieri. Sorrise sornione e cominciò a leggere. Sagittario: farete un incontro imprevisto con una persona dell’ariete. Le stelle giocano a vostro favore e vi accorgerete subito che è la persona giusta per voi. Non lasciatela sfuggire, sarà una brevissima congiunzione astrale, passata la quale potreste non incontrarvi più. Baggianate. Tutte baggianate! E c’è pure gente che ci crede a queste robe qui!

Marina aveva percorso già alcuni chilometri, dopo aver azionato l’autoradio per errore al posto del riscaldamento, inserito la cintura di sicurezza nell’attacco passeggero, cercato le chiavi per trenta interminabili secondi durante i quali aveva sudato freddo e inserito la chiave giusta al decimo tentativo. Maledettissimo mazzo di chiavi! Conteneva chiavi di tutto e per tutto: vecchie e nuove case, vecchie e nuove auto e ciliegina sulla torta la chiave di casa di nonna, grossa in ferro pesante e per di più arrugginito, che pesava almeno due chili, tanto che col continuo penzolare dal cruscotto le aveva procurato un ematoma cronico al ginocchio. Che condanna, portare sempre calze nere ottanta danari per nascondere il nero sulla gamba. Anche d’estate a volte. Roba da rosolia. In quell’istante passavano l’oroscopo alla radio. Decise di applicarcisi, quanto meno si sarebbe distratta dal pensiero costante del feroce cazziatone che si sarebbe sorbita di lì a poco in ufficio per l’increscioso ritardo. Tanto il suo segno arrivava subito e non doveva soffrire come tutti gli altri undici nell’attesa del responso sulla giornata che l’aspettava. Provò un senso di forte goduria per questa circostanza. Dopo tutto essere ariete pagava. Ariete: astri favorevolissimi quest’oggi. Aprite bene gli occhi perché potreste incontrare il vostro partner ideale. Scintille infuocate con il segno del sagittario. Chissà se crederci, borbottò la ragazza. Dopo tutto ho sempre creduto a mia madre che mi dice da secoli che sarò felice in amore, perché non dovrei credere alle stelle? Ma sì, guardiamoci intorno e vediamo che accade. Magari la giornata si addrizza.

Francesco, giunto alla sua fermata, scese di corsa nel tentativo di beccare al volo la metro e lo stesso fece Marina, che era solita lasciare l’auto parcheggiata nel posteggio di fronte alla stazione. Le porte stavano per chiudersi e restava solo un piccolissimo spiraglio di speranza quando i due con un inaspettato colpo di reni si fiondarono dentro all’unisono, travolgendosi a vicenda.

“Ma che diamine fai” – urlò la ragazza mentre, aggrappandosi a un sedile, si rialzava prontamente da terra – “si entra così sui treni”.

“Guarda che anche tu andavi come un’eurostar” – ricambiò Francesco con lo stesso tono – “m’hai dato una spallata che quasi uscivo dalla porta di fronte”.

“Guarda, sei fortunato che per gli incidenti a piedi non ci siano cid” – ribatté lei – “perché altrimenti col cavolo che la passavi liscia!”

“Non dirmi che vorresti applicare il codice della strada anche agli ingressi in metropolitana?” – riprese sbigottito l’uomo – “e comunque io venivo da destra. Sei tu che sei sbucata fuori come un autotreno coi freni rotti e mi hai travolto”.

“Questa è da vedere” – ricambiò acida Marina – “peccato che ci siamo già mossi. Io non vado di solito così di fretta. Se l’ho fatto è perché certamente avrò visto una segnaletica di stop per chi mi veniva da destra”.

“Seee.. quasi quasi avresti preferito perdere il treno” – chiosò Francesco – “devo controllare sul giornale. Magari stamane è scappato un matto criminale dal manicomio e io sto qui tranquillo a chiacchierarci”.

“Sbagli” replicò lei – “sono io che dovrei aver paura di te! Taaaantaaaa!!!”.  [To be continued!]

lunedì, 22 agosto 2011

L'articolo di Io Autore su Andrea Fiore e L'elettricista :O)

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lunedì, 01 agosto 2011

Buone Vacanze da StrudelOne :O)

Buone Vacanze da StrudelOne :O)


www.Cartoline.it

mercoledì, 20 luglio 2011

Summer Trouble.. This is the question!!!


 

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lunedì, 11 luglio 2011

Le magitragiche avventure di Er Riporter – 9^ p.ta: L’oracolo de li mortei.

 avatar, comico, demenziale,creatività, libri, andrea fiore, virgilio, virgil presley, satira, autori, pterodattilo, harry potter, magia, mago, bacchetta magica, sortilegio, avventura, racconto, strudelone, strudelAvvitar come una possente trivella si fece spazio tra le anime beate che fluttuavano intorno al grande albero mortei. Il maghetto tricosfigato lo seguì lesto, guardandosi intorno con timore. A volte l’apparenza inganna, pensava tra sé e sé, e sotto le sembianze innocue di un’anima bianca come candida ricotta può celarsi furtivo un temibile esattore dell’agenzia delle entrate o magari un venale dentista o persino.. un idraulico a ore!!! 

 

L’alieno verdolone approdò infine ai piedi di un grande altare in granito al gusto di fragola, dove alcune anime tra le più fortunate potevano dissetarsi con le cannucce due tre sorsi alla volta. Ritto innanzi a loro stava il gran sacerdote Delhi Mortei, un tipo ossuto, ricoperto d’anelli e collanine luccicanti, che indossava scarpe da tennis di adora, stante che stava in preghiera, e tuta in kamon, particolarmente adatta per entrare in contatto con l’aldilà. L’uomo ruotò leggermente il capo e si rivolse con voce sostenuta ad Avvitar – “Ciao Verdolone..”

 

“C-come sapete di questo nomignolo, sacerdote?!?” – chiese sconcertato l’alieno.

 

“Ti chiama così lo scorfano sfigotricrinato al tuo fianco” – proseguì il sacerdote lasciando cadere la voce – “dimentichi forse che io so tutto, di tutto, di più? RAIght?”

 

“R-RAIght!” – sudò freddo Avvitar.

 

L’uomo kamontutato s’infilò una mano in tasca e ne estrasse una piccola agenda. La sfogliò fino a trovare uno spazio libero e ci scrisse sopra qualcosa. Poi, mormorò – “uhm.. il verdolone ha detto c-come sapete di questo mignolo. Mignolo?!? Sta storia del dito deve essermi sfuggita. Comincio a perder colpi!!!”

 

“Ehm” – abbozzò Er – “non vorremmo sembrare eccessivamente invadenti, ma sono alcune notti che personalmente non riesco a prender sonno facilmente e come se avessi una terribile fitta al fondo schiena e..”

 

“So tutto, piccolo insignificante maghetto trincoincu” – confermò secco Delhi Mortei.

 

“Trico.. incu?”

 

“Hai parlato di fitta al fondo schiena, nevè? Una di quelle che prende appena fa buio e non ti molla prima delle fioche luci dell’alba? Si accompagna a fiato pesante dietro la nuca e sinistri mugolii, esatto?”

 

“Sì.. sì.. esatto” – asserì Riporter.

 

“Bene, allora “incu” è appropriato. Direi che ci sta a fagiolo o.. pisello.. eheheh”

 

“Gran sacerdote dell’albero mortei” – invocò l’alieno verdolone – “per venirti a trovare abbiamo attraversato mari, scalato montagne, scavato tunnel, guadato fiumi..”

 

“Ma da dove cazzo venite?”

 

“Dal primo miglio delle foreste ex vergini della Mesopomata”

 

“Dal primo miglio?” – ripetè il sacerdote, inarcando le sopracciglia – “ma è qui dietro l’angolo. Avete fatto il giro lungo!”

 

Seguì un’occhiata di Er che si abbatté come un possente e mortale fendente sul verde Avvitar. Forse l’immane fatica del terribile trasporto a spalle dello stronzissimo pterodavide calvé si sarebbe potuta evitare, se solo l’alieno avesse conosciuto un po’ meglio le strade!!!   

 

“Seguitemi” – riprese il sacerdote, rompendo la spessa cortina di ghiaccio che si era creata tra i due – “vi porto dall’oracolo. Arrivati!”

 

“Di già?” – chiese Er arricciando il naso.

 

“Mica sono come quel ciondolone verde che ti ha scortato finora” – replicò ironico il di-adorato – “si trattava di salire appena due gradini. Fosse per lui, sareste già in Oklahoma.. eheheh!”

 

L’altare dell’oracolo era colmo di profumatissimi fiori dei più svariati colori e di frutta secca, l’unica che col pochissimo spazio lasciato da tutti quei fiori riusciva a entrarci. Seduto su di un trono imponente stava un minuscolo essere, bardato come fosse un automobilista col giubbino a catarri infrangenti sulla corsia d’emergenza per la sostituzione d’una gomma bucata. Era impassibile e fissava intorno con occhietti torvi e sospettosi.

 

I tre si avvicinarono con molta riverenza e il gran sacerdote si prese cura di presentarli e di spiegare a grandi linee il problema di Er.

 

“Come osa” – esordì l’oracolo – “questo sconosciuto presentarsi al mio cospetto con un casco in testa?!?”

 

“S-signore” – si scusò il maghetto tricapelluto – “q-questa è la mia testa. S-arei.. s-sono calvo, ecco”.

 

“Fategli almeno un bagno purificatore” – proseguì l’altro stizzito – “con questo puzzo d’alabarda ascellare mi fende le previsioni e mi fa sballare il ciclo!!!”

 

Fu presto fatto. In pochi attimi Er Riporter di trovò catapultato in un’enorme iacuzzi fumante dalla quale uscì subito dopo a dire il vero non del tutto rigenerato.

 

“Ahia, ma.. che ca..???” – inveì alla volta di Avvitar – “che m’avete fatto?!?”

 

“Era un bagnetto rinfrescante a base di fichidindia” – rispose l’altro – “dalle nostre parti si usa tanto. E’ considerato, oltre che purificatore, un vero toccasana”    

 

“Toccasana.. fichidindia?”

 

“Sì.. usiamo le migliori pale di fichidindia in commercio e le buttiamo in acqua così come sono appena l’acqua è tiepida”

 

“Quasi rimpiango le notti con Soddom!!!” – chiosò mesto Er.

 

“Insomma” – proseguì l’oracolo leggermente infastidito – “riepilogando, vi siete fatti un mare di strada inutile per venire fin qui a rompere nel delicato momento del mio insediamento, perché vi serve trovare una merdaccia d’insetto subliminale antinchiappettamento notturno da sortilegio. E io che posso farci?”

 

“Ma..” – fece Er strizzando gli occhi alla volta dell’esserino fosforescente – “sicuri che non ci siamo visti già da qualche parte?”

 

“Certo che no!” – confermò l’oracolo – “una faccia come la tua non si dimenticherebbe facilmente; già sento che farò una fatica immane ora a rimuoverla dalla mente!”

 

“Eppure.. avrei giurato” - incalzò  Riporter – “non ha mica frequentato la taverna di zia Mariuccia? Io sono il nipote di Tano, Tano capoccetta, il figlio di Ignazio, il cugino di Franco, Franco scorreggione, il cognato di.. lei mi sembra parente di Franco”

 

“Baaaaaasta!!!” – l’interruppe l’Oracolo col gli occhi rossi dall’ira – “ma è modo questo di stare al cospetto di una divinità? Non conosco taverne né capoccette né scorreggioni. Adesso zitto è fammi concentrare!”

 

S’udì un boato fortissimo come un tuono e seguì un fetore vomitevole. Per fortuna, durò poco, ma lasciò un segno indelebile nelle narici di tutti, anime de li mortei comprese.

 

“C-che stato?” – chiese frastornato il maghetto crinosfigato – “sembrava Hiroshima!”

 

 “Shhhh..” – ammonì il sacerdote – “l’oracolo comincia a concentrarsi. Sta per emettere il responso”

 

“Se il grosso deve ancora uscire, stiamo fritti, anzi.. ossigenati!” – commentò Er – “Spero solo che faccia in fretta; per come si concentra, è tale e quale a Franco!!!”  - To be continued!