domenica, 02 ottobre 2011
Due rette parallele
Dick era segretamente innamorato di Mary e Mary lo era di Dick. Il ragazzetto, sebbene avesse solo sette anni, avrebbe superato impavido montagne, scavato tunnel profondissimi, attraversato tre volte la manica a nuoto per lei e lei avrebbe volentieri rinunciato a un irresistibile tiramisù con decaffeinato pieno zeppo di pezzettoni tondi tondi e spessi di cioccolato fondente per lui. Tutto questo e altro ancora avrebbero fatto, sfidato intrepidi le leggi della natura, rinunciato senza una sola lacrima a un’ora col tuo campione preferito di football o col tuo attore super sexy, pur di scambiarsi un unico piccolo tenero bacio. L’unica cosa che però avrebbero dovuto fare, cioè parlare o agire d’impulso, questo no! Questo mai!
Dick era timido da agogna e pubblico ludibrio e Mary non gli era da meno. Abbassava il capo fin sotto la punta delle scarpe, solo che intravedeva in lontananza la sagoma del ragazzo e lo rialzava solo quando era più che certa che lui se ne fosse andato via definitivamente. Così, si guardavano di sottecchi, con la coda dell’occhio e approfittando l’uno d’un attimo di distrazione dell’altro, senza che nessuno dei due si fosse mai accorto d’essere osservato dall’altro.
Nei cinque anni delle elementari non si erano mai scambiati una parola, neanche per pura casualità. Neanche quella volta ch’erano rimasti rinchiusi in ascensore per più di un’ora. Sapevano l’uno della presenza dell’altro, ma avevano continuato a voltarsi le spalle, allo stesso modo che se fossero soli e Mary aveva addirittura sbuffato, lamentandosi che non ci fosse qualcuno con cui quantomeno chiacchierare nell’attesa d’esser liberati.
Eppure Dick stravedeva per Mary, anche alle medie, il suo diario era pieno di disegnini che la raffiguravano in tutte le pose possibili e inimmaginabili. Sdraiata sul letto o in riva al mare coi capelli soavemente accarezzati dal vento o in moto, stretta stretta, felicemente avvinghiata ai suoi fianchi. Mi fai il solleticoooo!, urlava lui divertito dentro la nuvoletta del disegno, mentre quasi perdeva il controllo del mezzo Mi farai morire prima o poi, mio dolce e diabolico tesoro!
Ma anche Mary non aveva ormai più spazi liberi tra le pagine del suo diario. I ‘Mary e Dick’ affioravano dappertutto come funghi selvaggi, come lo sbuffo impetuoso d’una balena in corsa e, solo aguzzando gli occhi e con molta fatica, avresti potuto scorgere nei buchetti infinitesimamente piccoli, rimasti casualmente liberi, gli appunti per il giorno dopo dettati dai prof. Non aveva spazio Mary nel suo diario per quelle cazzate!
I due crebbero. Dalle medie passarono alle superiori. La sorte li volle addirittura nella stessa classe e compagni di banco. Ma mai una parola, mai un fiato, mai un messaggio ancorché cifrato. Nessun contatto! Passarono insieme cinque anni della loro esistenza. Organizzarono feste, rave, gite e scampagnate, nelle quali coinvolsero amici di tutti i tipi, razze, credo politico e fede religiosa, ma mai un invito diretto tra loro, mai un sorriso compiaciuto, perché l’altro fosse venuto.
Dick giocava nella squadra di basket della scuola e Mary pensò bene di entrare nel gruppo delle ragazze pon-pon. Poi, lei decise di darsi all’arte e prese a recitare nel piccolo teatro vicino casa e lui, ch’era più o meno un cane, fece in modo di farsi prendere come comparsa. Così, a metà della rappresentazione, lei, comodamente seduta su un morbido sofà, dialogava in un grande salotto signorile con un’altra allegra cortigiana e lui, cameriere impettito, le versava silenzioso da bere un caldo tè, curandosi bene di non incrociare minimamente gli occhi della ragazza.
Ed anche le vacanze estive le passarono sistematicamente nello stesso villaggio, dove costringevano genitori sempre più contrariati e paranoici a portarli con pipponi paranoici che iniziavano sin dai primi giorni dell’anno. Anche lì, in quel piccolo ritaglio di paradiso, tra palme tropicali, acqua limpida e frutta fresca di stagione, fingevano però d’ignorarsi. Partecipavano ai giochi in piscina come avversari, s’iscrivevano a squadre antagoniste di caccia al tesoro e quando lui andava in discoteca, lei optava per il cinema all’aperto, anche se buttava sempre un’occhiatina alla platea per capire a che punto fosse la proiezione e lei non vedeva l’ora che il film finisse per sbirciare in pista e verificare che Dick non fosse stato catturato da qualche esemplare ingrifato di femmina vacanziera.
La mattina di qualche anno dopo lei attraversò la soglia della chiesa vestita di bianco con un mazzo stupendo e odoroso di fiori d’arancio. Era bellissima, la donna dei suoi sogni e al braccio di suo padre si avvicinava all’altare. Dick era emozionatissimo mentre vedeva la ragazza ormai donna scostare il velo dagli occhi e mostrare il suo viso pallido solcato da due rossi accesi sulle gote infuocate. Era la donna della sua vita e veniva verso l’altare. Girò le spalle e senza batter ciglio svanì tra i banchi della chiesa, mentre l’organo suonava a festa e gli invitati applaudivano l’abbraccio della sposa al fidanzato e futuro marito. Così Mary sposò Matt, uno dei tanti uomini che era riuscita a guardare in faccia e a scrutare negli occhi. Non sapeva ancora se provava amore per lui o cos’altro, ma pronunciò quel Sì pensando a Dick.
Dick comunque non si era dato per vinto. Di lì a poco sposò una ricca signora di almeno vent’anni più grande di lui e si premurò a farci dei figli non tanto per la nonb giovane età della donna, quanto piuttosto per mettere al mondo dei figli coetanei di quelli di Mary.
Così i loro figli frequentarono lo stesso asilo, le stesse scuole, la stessa chiesa, lo stesso catechista, lo stesso prete, gli stessi amici, la stessa discoteca, gli stessi cinema. E ad accompagnarli andavano Dick e Mary. Li lasciavano e li prendevano agli stessi orari, senza mai salutarsi, come fossero estranei.
Fu sempre così per anni, fino a una triste mattina d’un inverno forse un po’ troppo freddo di parecchio tempo dopo. Dick era disteso come una lastra di marmo dentro una bara. Quattro ceri ai lati e i parenti in lacrime attorno. Aveva ormai novantacinque anni e il suo povero cuore aveva ceduto alle complicazioni d’una stupida influenza. A un tratto i presenti cessarono tutti insieme di bisbigliare. Qualcosa era cambiato tra le quattro pareti della stanza. Sulla porta c’era Mary. Era come un’antica icona medievale, sembrava un miraggio. I suoi occhi erano spenti e le labbra tradivano una smorfia di dolore. Si avvicinò a Dick, lo sfiorò appena con la punta delle dita e mormorò Credo d’essermi sbagliata. Voltò le spalle a Dick e svanì per sempre.
I due, per loro volontà espressa in testamento, riposano oggi l’uno accanto all’altro nel vecchio cimitero del paese, in una piccola tomba, teneramente cullata dal dolce fruscio dei rami ondulati d’un avvolgente salice. Nelle foto però si danno le spalle e sulla lapide c’è scritto “Ma questo qui accanto, chi cazzo è?”
13:15 Scritto da strudelone in amore, andrea fiore, comico, coppia, creatività, demenziale, divertente, divertimento, incontri, innamorati, libri, racconto, sogni, vita di coppia | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala | Tag: timidezza, rette parallele, geometria, libri, racconti, umorismo, risate, comico, coppia, innamoramento, amore, andrea fiore | OKNOtizie |
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Commenti
leggerti è sempre un piacere un abbraccio grande
Scritto da: antonella | venerdì, 07 ottobre 2011
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