martedì, 07 giugno 2011

Tutta acqua passata..

rubinetto.gif“Sarah.. sei pronta? Dai che non salgo, andiamo direttamente al ristorante” – pronunciò Tom al citofono con voce sostenuta ed una malcelata impazienza – “Ho prenotato per le nove e se partiamo adesso possiamo ancora farcela..”


“Dammi un minuto, Tom.. un minutino soltanto e sono da te” – rispose la donna.


“Speriamo che non sia come il minutino di due settimane fa..” – mormorò Tom tra sé e sé, mentre tornava all’auto – “quel minutino è durato appena un’ora e mi è costato un litro e mezzo di penale al fast food; figurati ora che andiamo in un ristorante di lusso!!”


“Eccomi..” – fece Sarah con un sorrisetto stralunato, mentre chiudeva l’uscio di casa dopo appena venti minuti…”. Percorse pochi metri dondolando sui tacchi a spillo fino alla vettura e vi montò su rapidamente.


“Ma perché tutto questo tempo, Sarah?!? – obiettò lui.


“Tom, avevo finito le salviette umidificate per lavarmi e ho dovuto chiederne alcune ai vicini e sai come sono quelli su queste cose..”


“Ok..ok, vediamo di far presto, non vorrei svenarmi con un’altra penale.. questo dove ti porto è un ristorante d’elite e pagare una penale sarebbe come accendere un mutuo…


“E già ‘d’elite e castigo’.. ecco cosa direbbe Dostoevskij, rivoltandosi nella tomba, se ancora oggi potesse parlare…” – commentò sarcastica la donna passandosi nervosamente il fard sulle guance.


“Sì.. sì.. ridi! Piuttosto, hai chiuso l’acqua?”


“Tranquillo.. chiusa al sicuro in cassaforte con combinazione inserita” - lo rassicurò lei. Poi con tono pacato proseguì - “Tom, prima hai parlato di ‘un litro e mezzo di penale’.. ma che significa.. quanto fa in vecchi euro.. sai bene che mi ci perdo in queste diaboliche conversioni tra vecchio e nuovo!!”


“Non devi preoccuparti del pagamento in litri. Lascia fare a me Sarah... stamattina ho prelevato al caveau dell’acquedotto ed ho liquidi a sufficienza per la nostra seratina romantica a lume di candela”


“Che bello, non vedo l’ora.. sono commossa e.. mi vien quasi voglia di… “


“Noooo..” – l’interruppe seccamente l’uomo – ‘sai bene che non possiamo permettercele le lacrime Sarah.. le lacrime disidratano e impongono un rifinanziamento immediato, quindi, ascoltami bene.. se piangi, addio ristorante!!!”


“No Tom, è passato.. non preoccuparti, sono riuscito a bloccarle!”


“Ma l’ampollina con la piccola dose d’acqua piovana del 2012 che ti portavi dietro per le crisi improvvise di pianto? Che fine ha fatto?”


“L’ho usata tutta quando è morto il cane.. povero Billy”.


“Aaarggh.. stai dando la morte anche a me con questa rivelazione!! Perché.. perché hai pianto?? Avresti potuto angustiarti, tormentarti, contorcerti per il dolore.. pregare.. ecco.. avresti potuto pregare.. però a secco.. ri-go-ro-sa-men-te a SECCO!! Perché piangere Sarah???”


“Dai , Tom, non prendertela così.. sai quanto fossi legata a Billy.. e poi non roviniamoci la nostra bella serata da piccioncini innamorati.. che bello, guarda comincia piovere.. lassù qualcuno ci ama.. evviva!!”


“Sì, è vero, sta iniziando a piovere e questo sì che è un chiaro segno dell’esistenza divina.. Coraggio, tiriamo fuori il kit sapone e spazzola e laviamoci la macchina.. faremo in un attimo e risparmieremo almeno una ventina di litri..”


Alcuni minuti dopo l’auto, con incontenibile soddisfazione dei due proprietari, era tornata lucida e splendente come fosse nuova…


“Tom, stamattina Daniel me l’ha chiesto ancora..” – disse Sarah appena fu risalita in machina.


“Cosa?”


“Sai benissimo cosa” – annui Sarah preoccupata – “mi ha domandato a cosa serva la doccia e perché ci siano le placche di ceralacca sui pomelli dell’acqua..”


“Non sono queste le domande che dovrebbero stare sulla bocca d’un bambino di dieci anni..”


“Lui però continua a farle.. si chiede perché teniamo l’acqua sotto chiave.. perché ci nutriamo di scatolame reidratante.. perché ci laviamo con le salviette.. perché non teniamo piante in casa..”


“Perché.. perché.. perché.. ssshhhhh.. dobbiamo tenere acqua in bocca Sarah!!”


“Seee.. magari!! Il punto è che l’acqua in bocca non ce l’abbiamo più da quella maledetta privat….”


“Ziiittaaaa!! Vuoi farci arrestare?” – Inveì Tom con gli occhi fuori dalle orbite, tappandole prontamente la bocca col palmo della mano – “Di cosa ti lamenti, si può sapere? Noi siamo fortunati!! Con la nostra carta sociale e una fila d’un paio d’orette al giorno, che tra l’altro aiuta anche a socializzare, abbiamo acqua a sufficienza per noi e per i nostri quindici figli più i sette adottivi, che ci fruttano 33 centilitri di benefit acquoso a testa!!”


“Navighiamo nell’acqua allora.. Evviva!!” – riprese Sarah – “chissà però com’è, stavo molto meglio prima, quando bastava una semplice leggerissima pressione della mano per ruotare un rubinetto, vederla scorrere fluente e poterne godere a pieno.. liberamente!!”


“Direi che è meglio smettere Sarah.. siamo arrivati” – fece l’uomo – “il locale per fortuna è arieggiato e l’aria è compresa nel conto.. quindi, non avremo bisogno dei respiratori.. appena dentro possiamo toglierli..”


“Almeno questo..” - commentò Sarah sollevata – “che matto guastafeste che sei.. proprio ora dovevi scordarti di pagare la bolletta dell’aria!!!”

mercoledì, 10 novembre 2010

Ragioni di.. sicurezza! [Parte Prima]

appunti.pngGeorge sollevò una palpebra, molto lentamente, con un movimento quasi del tutto impercettibile a occhio umano. Subito dopo, toccò all’altra. L’aprì con gli stessi identici tempi e modalità. Rimase quindi immobile sul letto, come fosse inchiodato. Se solo avesse potuto, si sarebbe immediatamente rimesso a dormire a oltranza, sprofondando in un sonno pesante, nell’attesa che tornasse lei.

 

Deborah era uscita di casa all’alba. Dopo qualche rumoretto qua e là tra le quattro pareti del bagno e quelle della camera da letto, l’aveva sentita chiudere agitata la zip del trolley, rispondere al citofono e scaraventarsi giù per le scale a prendere il taxi, che doveva essere in strada ad aspettarla già da un bel po’. Non era solita andar via per lavoro e, quand’era accaduto, era stato solo per un paio di giorni, insomma, una cosa indolore, come una piccola puntura d’insetto, che, a parte il fastidio iniziale, dimentichi in fretta. Stavolta, però non era come le altre. Sarebbe stata via per un’intera settimana e per George era terribile!

 

Deborah gestiva l’organizzazione domestica degli spazi e delle cose. Lo aveva fatto sin dall’inizio della loro convivenza e per George era stato come un vero e proprio golpe, perpetrato crudelmente ai danni della sua indipendenza e della sua libertà. Lei sapeva tutto: dove si trovavano le cose, da dove venivano, per dove erano transitate e per quanto tempo, esattamente ‘quanto’, calcolato con una percentuale d’errore tendente a zero. Era praticamente in grado di rintracciarti in un nanosecondo persino una capocchia di spillo, che avresti data per dispersa chissà dove e chissà quando e non perché fosse brava o avesse un fiuto particolarmente sviluppato, ma semplicemente perché era lei stessa che l’aveva collocata o lasciata cadere in quel posto. Infine, come se non bastasse ad aggravare ulteriormente la situazione, c’erano, d’un canto, la spregevole abitudine della donna di cambiare idea ininterrottamente e di spostare sistematicamente le cose dentro casa, dall’altro, la fissa della riservatezza e della tutela a oltranza della propria privacy. Insomma, una sorta di miscela esplosiva che nel corso del tempo aveva prodotto l’inevitabile conseguenza di far rincretinire progressivamente George, stremato dalla continua e spasmodica ricerca di una mappa aggiornata e affidabile dell’abitazione, del contenuto dei ripostigli e dei vari scaffali.

 

In simili circostanze era chiaro come l’assenza prolungata della donna equivalesse nell’immaginario dell’uomo né più né meno che a essere abbandonati al centoventiduesimo piano d’un grattacielo in fiamme senza uno straccio di paracadute o nel bel mezzo del mare in tempesta dopo un terribile naufragio e a corto di scialuppe o, peggio ancora, tra le dune di un cocente deserto con solo una mezza bottiglietta d’acqua piovana e per di più radioattiva.  

 

George cercò di non farsi prendere dal panico. Tirò un respiro profondo nel tentativo di rilassarsi e si mise seduto sul letto. Pensò che aveva fatto bene a far valere i suoi diritti e a pretendere che la moglie gli lasciasse un sintetico vademecum col  quale affrontare la drammatica solitudine domestica di quei giorni. Armato del pro-memoria non avrebbe avuto proprio nulla da temere. Ruotò la testa verso il comodino, dove lei gli aveva detto che l’avrebbe lasciato, e strizzò gli occhi per mettere a fuoco meglio. Lo fece una seconda e poi una terza volta, ma non riuscì a cogliere nulla di cartaceo. Magarì, pensò tra sé e sé, l’avrà messo dentro a un cassetto. Aprì gli scaffaletti uno dopo l’altro, ma ancora niente. Eppure doveva esserci. L’aveva preteso. Fece un rapido giro della stanza e poi perlustrò la casa da cima a fondo. Percorse metro per metro ogni angolo, ogni piccolo anfratto dell’appartamento, ma nessuna traccia di pro-memoria. Solo post-it variamente scarabocchiati a più riprese, foglietti volanti con vecchie liste della spesa e rubriche telefoniche d’antica memoria, tristemente superate dall’avvento dei telefonini. Allora, furibondo afferrò la cornetta e compose isterico con dito tremante il numero del telefonino di Deborah. Due squilli appena e lei rispose.

 

Ciao caro, già sveglio?

 

“No, in realtà dormo ancora, mi trovo nel bel mezzo di un incubo e non vorrei svegliarmi affatto senza sapere dove sei andata a cacciare il pro-memoria che mi avevi promesso”.

 

Non angustiarti, George. L’ho lasciato in cassaforte”.

 

“In cassaforte? Mi avevi detto che l’avresti lasciato sul comodino”.

 

Sì, è vero caro. Però stamattina, prima d’andar via, ho pensato che sarebbe stata molto più sicura la cassaforte”.

 

“Io non capisco” – ribatté l’uomo perplesso – “è solo una lista di sopravvivenza domestica spiccia per il tempo che mancherai di casa, mica una mappa del tesoro!”

 

Sai com’è.. di questi tempi”.

 

“No, non lo so com’é. Penso che toccherà informarmi” – commentò George sarcastico. Poi, riagganciò e si precipitò in salone, sollevò dal chiodo il vecchio quadro impolverato dello zio Sanford, e compose la combinazione della cassaforte. Nulla. Ridigitò i numeri con maggiore attenzione, tirò a se la manopolina dello sportello e.. nulla ancora - “Che succede? Sono certo che questa è la combinazione giusta. La mia data di nascita. Mi ricorderò bene di quando son nato! Proviamo a richiamare..”

 

Dimmi caro”.

 

“Deborah” – esordì George – “ho appena staccato l’avo dalla parete e composto il codice della cassaforte; l’ho fatto più volte, ma non si apre un bel nulla”.

 

Che stupida, quasi dimenticavo”.

 

Quasi’, eh?”       --- > To be continued