domenica, 02 ottobre 2011

Due rette parallele

timidezza,rette parallele,geometria,libri,racconti,umorismo,risate,comico,coppia,innamoramento,amore, andrea fioreDick era segretamente innamorato di Mary e Mary lo era di Dick. Il ragazzetto, sebbene avesse solo sette anni, avrebbe superato impavido montagne, scavato tunnel profondissimi, attraversato tre volte la manica a nuoto per lei e lei avrebbe volentieri rinunciato a un irresistibile tiramisù con decaffeinato pieno zeppo di pezzettoni tondi tondi e spessi di cioccolato fondente per lui. Tutto questo e altro ancora avrebbero fatto, sfidato intrepidi le leggi della natura, rinunciato senza una sola lacrima a un’ora col tuo campione preferito di football o col tuo attore super sexy, pur di scambiarsi un unico piccolo tenero bacio. L’unica cosa che però avrebbero dovuto fare, cioè parlare o agire d’impulso, questo no! Questo mai!

 

Dick era timido da agogna e pubblico ludibrio e Mary non gli era da meno. Abbassava il capo fin sotto la punta delle scarpe, solo che intravedeva in lontananza la sagoma del ragazzo e lo rialzava solo quando era più che certa che lui se ne fosse andato via definitivamente. Così, si guardavano di sottecchi, con la coda dell’occhio e approfittando l’uno d’un attimo di distrazione dell’altro, senza che nessuno dei due si fosse mai accorto d’essere osservato dall’altro.

 

Nei cinque anni delle elementari non si erano mai scambiati una parola, neanche per pura casualità. Neanche quella volta ch’erano rimasti rinchiusi in ascensore per più di un’ora. Sapevano l’uno della presenza dell’altro, ma avevano continuato a voltarsi le spalle, allo stesso modo che se fossero soli e Mary aveva addirittura sbuffato, lamentandosi che non ci fosse qualcuno con cui quantomeno chiacchierare nell’attesa d’esser liberati.

 

Eppure Dick stravedeva per Mary, anche alle medie, il suo diario era pieno di disegnini che la raffiguravano in tutte le pose possibili e inimmaginabili. Sdraiata sul letto o in riva al mare coi capelli soavemente accarezzati dal vento o in moto, stretta stretta, felicemente avvinghiata ai suoi fianchi. Mi fai il solleticoooo!, urlava lui divertito dentro la nuvoletta del disegno, mentre quasi perdeva il controllo del mezzo Mi farai morire prima o poi, mio dolce e diabolico tesoro!

 

Ma anche Mary non aveva ormai più spazi liberi tra le pagine del suo diario. I ‘Mary e Dick’ affioravano dappertutto come funghi selvaggi, come lo sbuffo impetuoso d’una balena in corsa e, solo aguzzando gli occhi e con molta fatica, avresti potuto scorgere nei buchetti infinitesimamente piccoli, rimasti casualmente liberi, gli appunti per il giorno dopo dettati dai prof. Non aveva spazio Mary nel suo diario per quelle cazzate!

 

I due crebbero. Dalle medie passarono alle superiori. La sorte li volle addirittura nella stessa classe e compagni di banco. Ma mai una parola, mai un fiato, mai un messaggio ancorché cifrato. Nessun contatto! Passarono insieme cinque anni della loro esistenza. Organizzarono feste, rave, gite e scampagnate, nelle quali coinvolsero amici di tutti i tipi, razze, credo politico e fede religiosa, ma mai un invito diretto tra loro, mai un sorriso compiaciuto, perché l’altro fosse venuto.

 

Dick giocava nella squadra di basket della scuola e Mary pensò bene di entrare nel gruppo delle ragazze pon-pon. Poi, lei decise di darsi all’arte e prese a recitare nel piccolo teatro vicino casa e lui, ch’era più o meno un cane, fece in modo di farsi prendere come comparsa. Così, a metà della rappresentazione, lei, comodamente seduta su un morbido sofà, dialogava in un grande salotto signorile con un’altra allegra cortigiana e lui, cameriere impettito, le versava silenzioso da bere un caldo tè, curandosi bene di non incrociare minimamente gli occhi della ragazza. 

 

Ed anche le vacanze estive le passarono sistematicamente nello stesso villaggio, dove costringevano genitori sempre più contrariati e paranoici a portarli con pipponi paranoici che iniziavano sin dai primi giorni dell’anno. Anche lì, in quel piccolo ritaglio di paradiso, tra palme tropicali, acqua limpida e frutta fresca di stagione, fingevano però d’ignorarsi. Partecipavano ai giochi in piscina come avversari, s’iscrivevano a squadre antagoniste di caccia al tesoro e quando lui andava in discoteca, lei optava per il cinema all’aperto, anche se buttava sempre un’occhiatina alla platea per capire a che punto fosse la proiezione e lei non vedeva l’ora che il film finisse per sbirciare in pista e verificare che Dick non fosse stato catturato da qualche esemplare ingrifato di femmina vacanziera.

 

La mattina di qualche anno dopo lei attraversò la soglia della chiesa vestita di bianco con un mazzo stupendo e odoroso di fiori d’arancio. Era bellissima, la donna dei suoi sogni e al braccio di suo padre si avvicinava all’altare. Dick era emozionatissimo mentre vedeva la ragazza ormai donna scostare il velo dagli occhi e mostrare il suo viso pallido solcato da due rossi accesi sulle gote infuocate. Era la donna della sua vita e veniva verso l’altare. Girò le spalle e senza batter ciglio svanì tra i banchi della chiesa, mentre l’organo suonava a festa e gli invitati applaudivano l’abbraccio della sposa al fidanzato e futuro marito. Così Mary sposò Matt, uno dei tanti uomini che era riuscita a guardare in faccia e a scrutare negli occhi. Non sapeva ancora se provava amore per lui o cos’altro, ma pronunciò quel Sì pensando a Dick.

Dick comunque non si era dato per vinto. Di lì a poco sposò una ricca signora di almeno vent’anni più grande di lui e si premurò a farci dei figli non tanto per la nonb giovane età della donna, quanto piuttosto per mettere al mondo dei figli coetanei di quelli di Mary.

 

Così i loro figli frequentarono lo stesso asilo, le stesse scuole, la stessa chiesa, lo stesso catechista, lo stesso prete, gli stessi amici, la stessa discoteca, gli stessi cinema. E ad accompagnarli andavano Dick e Mary. Li lasciavano e li prendevano agli stessi orari, senza mai salutarsi, come fossero estranei.

 

Fu sempre così per anni, fino a una triste mattina d’un inverno forse un po’ troppo freddo di parecchio tempo dopo. Dick era disteso come una lastra di marmo dentro una bara. Quattro ceri ai lati e i parenti in lacrime attorno. Aveva ormai novantacinque anni e il suo povero cuore aveva ceduto alle complicazioni d’una stupida influenza. A un tratto i presenti cessarono tutti insieme di bisbigliare. Qualcosa era cambiato tra le quattro pareti della stanza. Sulla porta c’era Mary. Era come un’antica icona medievale, sembrava un miraggio. I suoi occhi erano spenti e le labbra tradivano una smorfia di dolore. Si avvicinò a Dick, lo sfiorò appena con la punta delle dita e mormorò Credo d’essermi sbagliata. Voltò le spalle a Dick e svanì per sempre.

 

I due, per loro volontà espressa in testamento, riposano oggi l’uno accanto all’altro nel vecchio cimitero del paese, in una piccola tomba, teneramente cullata dal dolce fruscio dei rami ondulati d’un avvolgente salice. Nelle foto però si danno le spalle e sulla lapide c’è scritto “Ma questo qui accanto, chi cazzo è?”     

venerdì, 16 settembre 2011

Cose che lasciano il segno - Seconda parte

incontri,coppia,amore,eros,innamorati,amicizia,satira,demenziale,comico,libri,racconti,andrea fiore[Continua dal 01 settembre 2011] Trascorsero alcuni istanti in cui i due sembrarono essersi quietati. Francesco aprì il suo giornale e tra uno scossone e l’altro cominciò a rileggerlo o fece finta, considerato che già sul pullman aveva completamente esaurito la lettura delle stringatissime tre paginette. Marina si girò di fianco, ma continuò a osservare guardinga di sbieco il ragazzo come se volesse proteggersi da un ulteriore eventuale attacco.  

“Ma.. cosa stai leggendo?” – chiese la ragazza a un tratto.

"Ti da fastidio anche questo?” – rispose Francesco seccamente.

 

“Ehm, no” – ripartì Marina – “è.. è che ho notato che hai sottolineato le previsioni dell’oroscopo del sagittario. Sei del sagittario?”

 

“No, in realtà sono un pesci megalomane. Mi piace allargarmi e così ogni giorno sottolineo i segni altrui. Ogni giorno uno diverso. Oggi è toccato al sagittario.”

 

“Sei ancora arrabbiato per prima?” – chiese lei con tono addolcito.

 

“No. Sto solo ripassando mentalmente le regole della strada. Velocità, precedenza, ritiro patenti..”

 

Lei sorrise e sorrise anche lui. La situazione era diventata davvero strana e forse anche un po’ intrigante.

 

“Perché prima mi hai chiesto se sono del segno del sagittario. I sagittari di solito sgommano? In base alla teoria del Lombroso sono tutti pirati della strada incalliti?”

 

“No, ho chiesto così” – rispose Marina arrossendo.

 

“E tu di che segno sei?”

 

“Dell’ariete”

 

“A..riete?” – ripetè Francesco balbettando.

 

“Sì, perché? E’ un reato essere dell’ariete. Guarda che si sta bene. E’ un segno confortevole e con tante belle qualità. Coraggioso, altruista, attivo ed è il primo!”

 

“Come una sorta di membro onorario del club Ulisse dell’Alitalia” – completò Francesco con sarcasmo – “e che fai nella vita. Che cosa ti piace, che musica ascolti, vai a ballare, studi, lavori, hai tanti amici, un fidanzato, sei etero?”

 

“Devo risponderti subito a tutto nell’ordine dato oppure hai un questionario che posso portarmi a casa e poi magari col tempo ti rispondo in comode rate?”

 

“Ops.. ti chiedo scusa. Devo essermi un po’ lasciato andare. Ma, che vuoi, mi sono incuriosito. E poi in caso di scontro si chiede sempre oltre alle generalità qualcosa dell’altro”.

 

“Sì, credo che sia così” – confermò Marina – “di solito si chiedono le generalità, la patente, i dati dell’assicurazione ed anche hobby, lavoro, se si è etero, cattolici o musulmani e la sera si è liberi per l’approfondimento della pratica infortunistica. Provaci con la prossima che manderai al tappeto, caro mio!”

 

“Io lavoro in biblioteca, adoro leggere e ascolto musica country, seguo il calcio come un ossesso, vesto casual e odio giacca e cravatta, adoro stare a casa in pantofole e mi piace poco viaggiare, ho pochi amici, che frequento il giusto e ai quali sono però legatissimo, perché credo tanto nel valore dell’amicizia, frequento il movimento giovanile dei figli dei figli (ossia i nipoti) dei fiori, realizzo con le mie mani braccialetti in cuoio e borse in vimini artigianali che vendo nelle fiere alternative, attualmente non ho ragazze, ne ho avute tante, ma mai quella giusta, l’ultima risale a cinque mesi fa ed è ormai un ricordo smarrito, smanio per la montagna, il verde dei campi, il dolce fruscio delle fronde degli alberi e lo scorrere lento dell’acqua di un ruscello. Non so se ho dimenticato qualcosa, ma alla prossima scendo e..”

 

Marina lavorava in una casa editrice online, ma odiava profondamente i libri d’ogni genere, peso e misura. In quanto a musica, era monotematica: hard rock stile Black Sabbath e ACDC. Non pratica sport e non lo seguiva né in tv né negli stadi o palazzetti, men che meno il calcio, che aveva sinceramente odiato con tutta se stessa sin dalla prima palla che nella prima infanzia aveva incrociato con gli occhi. Vestiva raffinato, spesso tailleur e vestitini firmati, ed amava accompagnarsi con uomini ben vestiti. S’annoiava a stare a casa e quel poco che ci stava se ne andava in giro scalza. Era attorniata d’amici o sarebbe stato meglio dire conoscenti. Non era infatti riuscita a instaurare con nessuno un vero reale rapporto che secondo lei potesse definirsi d’amicizia e a questo punto a quel valore ci credeva ben poco. Frequentava l’azione cattolica, aborriva i figli i nipoti e gli zii dei fiori e incrociava le dita a croce ogni qual volta s’imbatteva in braccialetti e borse artigianali del tipo indicato da Francesco. Aveva avuto un solo ragazzo col quale trascinava agonizzante una lunga storia mai chiusa forse per noia o per mancanza di tempo. Infine adorava il mare e la montagna al massimo, quando fosse stato possibile, sarebbe stata disposta a guardarla dal bagnasciuga. Al verde dei campi preferiva il bianco azzurro spumeggiante delle onde, al fruscio delle fronde quello della rafia degli ombrelloni e allo scorrere dell’acqua del ruscello quello altrettanto gradevole di una sana doccia ai bordi d’una piscina assolata.

 

“..e” – s’inserì la donna completando la frase del ragazzo – “siamo come sale e zucchero, come acqua e fuoco, come giorno e notte, come bianco e nero. Troppo diversi, molto distanti, praticamente inconciliabili, pericolosissimi da mischiare, nonostante..”

 

“Nonostante?” – ripetè convulsamente Francesco mentre si aprivano le porte della metro e si accingeva a scendere.

 

“Nonostante i nostri segni siano stranamente giusti e l’oroscopo parli di noi. Io sono Marina.. addio!”

 

“Io Francesco.. addio!”

 

Francesco scese dal treno senza voltarsi indietro. Sentì solo le porte della vettura che si richiudevano pesantemente alle sue spalle. Era accaduto tutto così in fretta, nell’arco di poche fermate, di poche battute, pochissimi gesti. Doveva farsene una ragione. Dopo tutto, appena quindici minuti prima non sapeva nemmeno che Marina esistesse. Eppure non riusciva a distogliere la mente. Possibile che un oroscopo impertinente avesse scritto tutto prima, anche il loro incontro? Che un fato crudele ci avesse messo del suo? Che una serie di contrattempi avessero finito col condire il tutto? Le loro abitudini, i loro stili di vita, il modo di porgersi erano assolutamente diversi, realmente inconciliabili. Lei Ariete però le era rimasta dentro e lui povero Sagittario ora non si dava pace e non riusciva a scollare un passo dal punto in cui era sceso sulla panchina della metro. Scrollò il capo e si diede dello stupido. Alla fine si mosse. Dapprima lentamente ancora pensoso, poi finalmente, allungò il passo. Giunto che fu però alla tromba delle scale mobili volse per un attimo lo sguardo indietro come a voler salutare il luogo in cui per l’ultima volta i loro occhi si erano incrociati, dopo che lei aveva pronunciato le fredde e gelide parole che alle sue orecchie erano suonate come una terribile profezia. E fu allora che…

 

“Marina.. che ci fai lì?”

 

“Ho pressato d’istinto il bottone della porta e la porta si è riaperta. A quel punto sono scesa anch’io e..”

 

“Perché?”

 

“Perché sono una stupida e alla mia età credo ancora agli oroscopi!”

 

Francesco le andò incontro e la prese per mano. Quel giorno non andarono a lavoro e parlarono tanto. Erano disastrosamente in disaccordo su tutto, ma una cosa in comune su cui lavorare l’avevano, a parte la passione per l’oroscopo; la forte, intensa, irresistibile attrazione che li aveva incollati come un bostik l’uno l’altro sin dal primo istante che si erano incontrati. O sarebbe meglio dire, scontrati?

 

 

 

 

 

 

giovedì, 01 settembre 2011

Cose che lasciano il segno - Parte prima

incontri,coppia,amore,eros,amicizia,satira,demenziale,comico,libri,racconti,andrea fioreFrancesco salì sul tram. Erano le sette e un quarto del mattino e come sempre il mezzo era assiepato di gente di tutte le età, sesso, ceto sociale, credo politico e opinioni. Si chiese dove andassero tutti alla stessa ora, perché tutti in quella direzione, perché proprio sul suo tram. Seee suo… magari lo fosse stato. Allora sì che avrebbe contingentato l’accesso come diceva lui. Un biglietto da cinque euro a corsa, ecco: quello sì che avrebbe rimesso tutte le cose al loro posto! Si fece faticosamente strada tra la folla traballante e, tra una sgomitata e qualche pestataccia di piedi, riuscì a guadagnarsi, come fosse un piccolo isolotto felice, un due centimetri quadrati virgola cinque di spazio dove conficcò la sua personale bandierina virtuale della conquista.

Marina era in terribile ritardo in ufficio. La sera prima aveva fatto tardi e forse si era lasciata andare a qualche bicchiere di troppo. Non reggeva l’alcol e nonostante il terribile auto-coaching cui si sottoponeva la sera almeno un’ora prima d’uscire e le direttive ferree che si imponeva, ci cascava sempre e comunque in pieno. Tutta colpa di quei deficienti di amici che la sorte le aveva dato in dote. E prendine uno, un rhum e pera cosa potrà mai farti. Su coraggio un altro e poi un ultimo ancora e si va via. Bel risultato! Il giorno dopo? Pallida funerea da far paura ai morti, traballante e con certe borse sotto gli occhi, tanto da lasciare a casa la borsa vera, perché altrimenti la gente ti si avvicina credendo d’avere a che fare con un venditore ambulante di pellame. Era furente! Dov’è ch’era andata a imbucare l’auto la sera prima? Ricordava nitidamente le coordinate di tutti i parcheggi degli ultimi due mesi, con una visione chiara della sequenza temporale, ma quello della sera prima no! Provò a pigiare il pulsantino dell’antifurto nella speranza che giungesse un provvidenziale biiip a insegnarle la strada, ma, unico risultato immediato, girò in lungo e in largo, come fa un cercatore d’acqua drammaticamente a secco, per almeno cinque minuti o dieci minuti e solo dopo una serie d’improperi tendente a più infinito, s’udì il segnale acustico e la macchina apparve in tutta la sua maestosa bellezza, forse anche più bella di quanto in realtà non fosse.

Quasi a metà corsa, Francesco riuscì miracolosamente ad approdare a un posto a sedere, che era rimasto libero per alcuni attimi dopo essere stato occupato, nell’ordine, da una ragazza madre, un finto cieco, un cane guida, una vecchia incinta e un parcheggiatore abusivo. La fortuna sembrava arridergli perché l’ultimo passeggero aveva pure lasciato uno di quei giornali in cui trovi condensate in sole tre pagine tutte le cazzate che le vere testate giornalistiche ti diranno in cinquanta e i radio e telegiornali in non meno di tre ore durante la giornata. Mancavano ancora cinque o sei fermate alla sua e decise di dare un’occhiata per distrarsi. L’occhio gli cadde subito sull’oroscopo del giorno. Ecco, pensò tra sé e sé, di certo sono talmente sfigato che avranno finito l’inchiostro al momento di stampare le informazioni sul mio segno, oppure proprio lì si sarà strappata la pagina o.. una brusca frenata lo distolse da questi soavi pensieri. Sorrise sornione e cominciò a leggere. Sagittario: farete un incontro imprevisto con una persona dell’ariete. Le stelle giocano a vostro favore e vi accorgerete subito che è la persona giusta per voi. Non lasciatela sfuggire, sarà una brevissima congiunzione astrale, passata la quale potreste non incontrarvi più. Baggianate. Tutte baggianate! E c’è pure gente che ci crede a queste robe qui!

Marina aveva percorso già alcuni chilometri, dopo aver azionato l’autoradio per errore al posto del riscaldamento, inserito la cintura di sicurezza nell’attacco passeggero, cercato le chiavi per trenta interminabili secondi durante i quali aveva sudato freddo e inserito la chiave giusta al decimo tentativo. Maledettissimo mazzo di chiavi! Conteneva chiavi di tutto e per tutto: vecchie e nuove case, vecchie e nuove auto e ciliegina sulla torta la chiave di casa di nonna, grossa in ferro pesante e per di più arrugginito, che pesava almeno due chili, tanto che col continuo penzolare dal cruscotto le aveva procurato un ematoma cronico al ginocchio. Che condanna, portare sempre calze nere ottanta danari per nascondere il nero sulla gamba. Anche d’estate a volte. Roba da rosolia. In quell’istante passavano l’oroscopo alla radio. Decise di applicarcisi, quanto meno si sarebbe distratta dal pensiero costante del feroce cazziatone che si sarebbe sorbita di lì a poco in ufficio per l’increscioso ritardo. Tanto il suo segno arrivava subito e non doveva soffrire come tutti gli altri undici nell’attesa del responso sulla giornata che l’aspettava. Provò un senso di forte goduria per questa circostanza. Dopo tutto essere ariete pagava. Ariete: astri favorevolissimi quest’oggi. Aprite bene gli occhi perché potreste incontrare il vostro partner ideale. Scintille infuocate con il segno del sagittario. Chissà se crederci, borbottò la ragazza. Dopo tutto ho sempre creduto a mia madre che mi dice da secoli che sarò felice in amore, perché non dovrei credere alle stelle? Ma sì, guardiamoci intorno e vediamo che accade. Magari la giornata si addrizza.

Francesco, giunto alla sua fermata, scese di corsa nel tentativo di beccare al volo la metro e lo stesso fece Marina, che era solita lasciare l’auto parcheggiata nel posteggio di fronte alla stazione. Le porte stavano per chiudersi e restava solo un piccolissimo spiraglio di speranza quando i due con un inaspettato colpo di reni si fiondarono dentro all’unisono, travolgendosi a vicenda.

“Ma che diamine fai” – urlò la ragazza mentre, aggrappandosi a un sedile, si rialzava prontamente da terra – “si entra così sui treni”.

“Guarda che anche tu andavi come un’eurostar” – ricambiò Francesco con lo stesso tono – “m’hai dato una spallata che quasi uscivo dalla porta di fronte”.

“Guarda, sei fortunato che per gli incidenti a piedi non ci siano cid” – ribatté lei – “perché altrimenti col cavolo che la passavi liscia!”

“Non dirmi che vorresti applicare il codice della strada anche agli ingressi in metropolitana?” – riprese sbigottito l’uomo – “e comunque io venivo da destra. Sei tu che sei sbucata fuori come un autotreno coi freni rotti e mi hai travolto”.

“Questa è da vedere” – ricambiò acida Marina – “peccato che ci siamo già mossi. Io non vado di solito così di fretta. Se l’ho fatto è perché certamente avrò visto una segnaletica di stop per chi mi veniva da destra”.

“Seee.. quasi quasi avresti preferito perdere il treno” – chiosò Francesco – “devo controllare sul giornale. Magari stamane è scappato un matto criminale dal manicomio e io sto qui tranquillo a chiacchierarci”.

“Sbagli” replicò lei – “sono io che dovrei aver paura di te! Taaaantaaaa!!!”.  [To be continued!]

lunedì, 01 agosto 2011

Buone Vacanze da StrudelOne :O)

Buone Vacanze da StrudelOne :O)


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martedì, 22 marzo 2011

Alla ricerca dell'acca perduta - 1^ p.ta.

Racconto di Andrea Fiore per bambini piccoli, grandi ed extra-grandi, dedicato agli stupendi ragazzini di una 5^ elementare di qualche anno fa.

Disegni di Carla Federico e Alessandro Lo Meo

 

acca1.jpg

 

La storia che sto per raccontarvi ha dell’incredibile ed io stessa stenterei a crederci, se non fossi stata presente in tante occasioni ed episodi ad osservare… Sì, so bene cosa si pensa e si dice di me in paese.. che sono una cortigiana impicciona, burlona e un po’ bugiarda e che a tutto ciò che dico bisogna sempre sottrarre una tara consistente, ma.. come si suol dire.. prendere o lasciare.. io conosco la vera storia e nessun altro…

*  *  * 

Tutto ebbe inizio la mattina in cui il principe Pellicolino si mise in testa che avrebbe dovuto realizzare qualcosa di incredibilmente grande, tanto grande e maestoso da farlo passare alla storia e cominciò a dare il tormento ai suoi due fidi compagnoni..

Ragazzi, così proprio non va!!” – disse il principe sbuffando rumorosamente – “io voglio passare alla storia!!”

“Fossi in te non mi preoccuperei di questo Pell” – disse il fedele servitore Allumin – “alla storia, come alla geografia e matematica passerai di certo.. è in condotta che ti vedo messo male!!”

“Ma che dici.. ho fatto sempre belle figure..” – argomentò il principe.

“Più che ‘fatto’ direi ‘scambiato’ e non erano ‘figure’, ma ‘figurine’ dei gladiatori dell’album bocconcini..” – replicò lesto Allumin.

“Ma vogliamo metterci a sottilizzare su queste tematiche di secondaria importanza?!? – Replicò Pell – “voglio fare qualcosa di veramente importante, tanto importante da passare alla storia!!!”

“Io un’idea ce l’avrei” – esordì Cartaforn, che fino a quel momento se n’era stato in disparte, nascosto in un angolino buio della stanza – “chiediamo al folle del villaggio.. magari lui qualche dritta ce la dà..”

“E già..” – fece il principe – “mi sembra un’ottima idea, come ho fatto a non pensarci io stesso.. ci occorre uno spunto da qualcuno che ci superi e il folle del villaggio certamente è ‘oltre’..”

“Ok, allora muoviamoci subito..” – fece Cartaforn contento per aver colto nel segno – “so dove trovarlo… che ne dite d’andare in moto? C’è una bellissima giornata di sole!”

“Ma che moto e moto..” – obiettò il fedele Allumin – “ma vi siete resi conto del secolo in cui viviamo.. le moto non sono state ancora inventate!!!”

“Giusto” – confermò Pell – “e poi noi siamo in tre, non vorremo mica beccarci una multa!! Un sidecar, ecco cosa ci vuole.. un sidecar è perfetto per tre..”

Non so come, i tre montarono su uno sgangheratissimo sidecar e si spostarono, all’invidiabile velocità di crociera di 18,3 km orari circa, alla volta del folle del villaggio.. lo cercarono in tre, per mari e per monti, diviso deserti e praterie, meno collinette e vallate sterminate e.. alla fine.. “Eccoti qui… folle della malora.. ti abbiamo trovato!!”

“Quanta grazia, tutta in una volta” – rispose il matto gongolante e tronfio – “un principe demente, il suo fedele servitore e un giovane scapestrato che perfeziona il tutto amabilmente.. ed io sarei il matto?!?”

“Come ti permetti?!’ Rivolgersi così a sua altezza…” – lo apostrofò Allumin – sei forse matto?”

“Io ‘sono‘ matto” – fece quello – “e tutta quest’altezza a quello lì non gliela faccio proprio.. ad occhio e croce sarà non più di un metro e un palmo, comprese le zeppe delle scarpe…”

“Ok..ok..” – tagliò corto Cartaforn – “abbiamo bisogno del tuo folle aiuto per capire quale impresa possa tentare il nostro principe per guadagnarsi la vita eterna nei libri di storia..”

“Uhm..” – fece il folle soprappensiero, se mai gliene fosse passato qualcuno per la mente – “la domanda che mi fai è molto complessa e non è facile darle una risposta, però…” – disse ruotando su se stesso per prendere da dietro le sue spalle un sacchettino di iuta, che aprì velocemente… “Ecco qui chi vi potrà aiutare…” --- > To be continued

sabato, 22 gennaio 2011

Le magitragiche avventure di Er Riporter – 8^ p.ta: L'albero mortei.

albero2.jpgIl viaggio verso l’albero Mortei fu lungo ed estenuante, ma Er Riporter, divenuto da poco ‘la bestia’ a causa dello scellerato patto pilifero con lo pterocalvo, svolse egregiamente il suo ingrato compito di Caronte. E il possente animale che gli stava perentorio cavalcioni, non mancò d’elogiarlo (anche se a modo suo), scalciandolo di brutto in segno di gioia a intervalli regolari d’un paio di minuti ed emettendo sinistri grugniti di compiaciuta riconoscenza alla volta dell’alieno Avvitar (l’unico che sembrava in grado si comprenderlo).

 

“Manca ancora molto all’albero, verdolone della malora?” – sbottò il maghetto sfigo-tricrinato – “stiamo andando avanti così da ore tra rocce taglienti e mulattiere tortuose e sono stufo di portarmi a spasso sul groppone quest’enorme stronzissimo essere bizamputo analfabeta e per di più con la lingua di pezza ”.

 

“Pensa a quanto sia felice io” – rispose l’altro stizzito – “avrei potuto volare alacremente sul mio pterodavvitar ultra-comfort con air-bag incorporato, parabrezza al titanio, tettuccio apribile, rotelline laterali e superstereo8 e planare sofficemente dall’alto sull’albero Mortei con morbide e dolci virate. E tutto questo, senza un briciolo di fatica! Porca boia, è la prima volta che accade che la bestia superi l’uomo o meglio che l’uomo superi la bestia in bestialità!”

 

“Bel priamato, eh?” – commentò mesto Er.

 

“Non scomodiamo i primati” – bofonchiò Avvitar – “un primate avrebbe fatto certamente meglio!”

 

“Sono però convinto” – azzardò Er – “che in tutta questa storia, qualcuno ci stia marciando di brutto”.

 

“Per quanto ne so io, se qualcuno marcia qui, quello sei tu, mio caro amico” – rispose l’altro ironico – “e devo ammettere che lo fai anche egregiamente. Pensa che il superpollocalvè ha dichiarato che d’ora in poi viaggerà solo con te. E’ entusiasta della tua professionalità. Dice che ci dai giù duro e non fiati”.

 

“Fiatare?” – ribatté il maghetto sfigotricapelluto – “e come faccio a fiatare? Mi ha forse lasciato le forze per fiatare? Non ha fatto altro che grugnire e spararmi calci ai fianchi!”

 

“Coraggio, ci siamo quasi” – lo tranquillizzò l’alieno – “l’albero è ormai vicinissimo e lì troverai tutte le risposte che cerchi”.

 

“Ne sei certo?”

 

“Sicuro” – annuì Avvitar – “basterà che sfogli attentamente l’albero e che, giunto alla fine, inclini poco poco il capo, quel tanto da poter leggere le scritte capovolte”.

 

“Dici che funzionerà?”

 

“Di solito con i cruciverba funziona. Le risposte esatte le trovi in fondo capovolte”.

 

“Ti va di scherzare?” – ribatté stizzito il maghetto tricosfigato – “se prima che faccia buio non trovo le risposte giuste per arrivare all’insetto subliminale, sono spacciato. Mi sono rotto la schiena tutto il giorno e non intendo estendere la rottura al fondo schiena tra le grinfie di mister Soddom. Stanotte no!!!”

 

“Avrai le tue risposte Er e riuscirai a sfuggire alla maledizione di quel maniaco sadomaso-depressivo trans intrusive all in one. Fidati, l’oracolo dell’albero Mortei non sbaglia mai”.

 

Il deserto intorno a breve sparì, assorbito da una folta e lussureggiante vegetazione, e la frescura di una possente cascata, che andava a riversarsi su un laghetto d’un azzurro intenso, ridiede a Er un vigore inaspettato.

 

“Vedi quella folta chioma verde che si erge maestosa su tutte le altre?” – annunciò tronfio Avvitar – “E’ il nostro albero. Acceleriamo il passo”.

 

“Accele.. cheeee?” – incalzò Riporter – “con questo animale addosso avrò perso almeno una trentina di chili. Insomma, fallo scendere.. inventati che siamo al capolinea!”

 

L’alieno verdolone, con un cenno della mano, invitò lo pterodavide calvo a scendere, e vedendolo ritroso, lo guardò pure torvo, apostrofandolo aspramente. L’animale, però, non volle proprio saperne d’abbandonare il suo fido destriero. E fu così che Er dovette spostare il capolinea di almeno altre tre o quattro miglia più in là, fin quasi sotto i piedi dell’albero fatato, dove argutamente consigliato dall’alieno, con una sapiente repentina sbandata, si scrollò di dosso, una volta per tutte, l’energumeno alato, imbucandolo in una svendita colossale di parrucche nuove e usate garantite, che lo avrebbe di certo distratto per un paio d’anni almeno.

 

L’albero era ormai a uno sputo e una folla di anime gli si assiepava attorno in piena adorazione.

 

“Sono anime de li mortei” – infomò prontamente Avvitar

 

“E de li mejo tua” – chiosò caustico Er.

 

“Annunciano il cambio di guardia dell’oracolo”

 

“Che significa?”

 

“Significa che il vecchio infallibile oracolo che abitava l’albero da circa 180 anni ha lasciato il posto al nuovo”.

 

“Il nuovo? Dopo 180 anni?!?”

 

“Sì. Dicono che si è manifestato improvvisamente un paio di giorni fa sotto una forma strana e che ora è lui che da le risposte”.

 

“Vecchio o nuovo non m’importa” – tagliò corto il mago sfigotricapillifero – “portami da lui e facciamola finita!” ----- > To be continued

domenica, 12 dicembre 2010

BBB.Babbo Natale Offresi

babbo natale offresi.jpgQuel giorno Demis era al settimo cielo. Appena uscito dall’edificio della Hi-Robotics & co. ltd. con il plauso dell’intero consiglio d’amministrazione e un assegno fumante a più zeri per la sua strabiliante invenzione, era certo che avrebbe cambiato il mondo e si crogiolava in quella certezza con un sorrisetto trasognato. Percorreva il marciapiede della 22^ avenue e tutto intorno a lui ora sembrava più bello rispetto a poche ore prima. Riusciva persino a intravedere le verdi foglioline degli alberi seriamente compromessi dallo smog cittadino ai bordi del viale e a scorgere l’azzurro chiaro del cielo, al di là della cappa grigia che gli aleggiava a mezz’aria sulla testa. Era sceso tronfio giù per strada, saltando i gradini tre alla volta, con l’assegno ancora in mano e lo teneva adorante come si fa con una reliquia. Lo fissava con gli occhietti inumiditi dalla forte gioia, lo annusava e provava a immaginare quante di quelle cose, che aveva da sempre desiderato, ci avrebbe finalmente potuto fare. E fu così che, in tale inebriante stato di divina grazia, con la testa tra le nuvole, svoltò l’angolo della via a una velocità tale da non riuscire a schivare il grassoccio vecchietto che si ritrovò dinanzi tra capo e collo.

 

“Stai attento ragazzo, ma dove hai la testa?!?” – lo rimbrottò l’anziano signore, finito rovinosamente a gambe all’aria sul selciato – “a momenti mi mandavi al creatore!”

 

“Ops.. vi chiedo perdono” – rispose mortificato Demis – “ero euforico e pensavo a tante di quelle cose..”

 

“Alla velocità no però, eh?” – replicò l’altro, mentre scricchiolando in varie parti del colpo, tentava di tirarsi su da terra – “andavi come uno shuttle, porca boia!!!”

 

“Coraggio, vi aiuto a rialzarvi” – si offrì premuroso il giovane.

 

Demis, dopo che il vecchio fu di nuovo in piedi e fu certo che non avesse nulla di rotto, ma solo qualche ammaccatura di lieve entità disseminata alla rinfusa, accennò a un rapido saluto e si girò lesto per andar via. Si bloccò però subito all’istante, come se fosse stato attraversato lungo il corpo da un laser tagliente. Ruotò quindi lentamente la testa indietro per guardare ancora l’anziano signore. L’osservò meglio, con molta attenzione, scandagliandolo da capo a piedi e poi, con un filo di voce appena, provò ad azzardare - “ma voi.. ehm, intendevo dire, tu.. tu sei..”

 

“Esatto, io sono” – rispose il vecchio – “e se sono ancora, non è certo per merito tuo, ma per pura casualità. C’e mancato poco che non fossi più!”

 

“Ma certo, che stupido! Corrisponde proprio tutto: il vestito rosso col cigno bianco ai bordi, stivali e fibbia neri, cappello rosso e folta barba bianca. Tu sei Babbo..”

 

“..Natale” – completò prontamente l’anziano signore con una smorfia di disappunto sulle labbra – “e ora che lo sai, ti prego, vuoi lasciami in pace?”

 

“No che non ti lascio in pace, caro mio” – ribatté Demis – “ci ho messo anni a sperare di vederti; anche solo scorgerti per pochi istanti. La notte della vigilia di Natale, lasciavo sempre la mia letterina sul tappeto del salotto e m’appostavo dietro una grande poltrona in religiosa e paziente attesa, avvolto in uno di quegli orribili plaid, tipo kilt scozzese. E ogni anno, sistematicamente, passavano i minuti, le ore e poi le palpebre lentamente, prima l’una poi l’altra, s’abbassavano e venivo inesorabilmente sopraffatto dal sonno. Così, quando mi svegliavo il mattino seguente, il tappeto era pieno zeppo di regali, ma io avevo l’amaro in bocca, perché per l’ennesima volta mi eri sfuggito.. puff, passato come una meteora e svanito nel nulla!”

 

“Avevi però i regali..”

 

“Già, ma non te” – rispose il ragazzo con un pizzico di mestizia. Poi aggiunse visibilmente incuriosito – “ma dimmi piuttosto; perché sei così triste?”

 

“Triste? Mi vedi triste? S’è mai visto un Babbo Natale triste?”

 

“Direi che oggi è la prima volta che lo si può vedere” – sorrise Demis benevolmente.

 

“E’ una storia lunga e noiosa, ragazzo mio, non credo che possa interessarti”.

 

“Lascia che sia io a decidere. Tu pensa solo a raccontarmela”.

 

“Se proprio insisti” – sospirò profondamente il vecchio a occhi chiusi – “dunque, devi sapere che io ho un capo, di cui non posso farti il nome. E’ lui che dirige e coordina tutte le attività di smistamento dei doni, gadget e affini per le varie festività dell’anno e proprio ieri mi ha convocato per stamattina nel suo ufficio. E’ appena il 15 di ottobre, mi sono detto, cosa potrà volere da me. Probabilmente quest’anno vorrà fare le cose meglio, organizzare nel vero senso del termine, insomma ‘in grande’, come si faceva tanto tempo fa. Così, sono andato fiducioso e motivato a dare il meglio di me”.

 

“Mi sembra una cosa fantastica!”

 

“Al tempo, ragazzo, al tempo!” – lo bloccò Babbo Natale – “ho solo detto che pensavo che volesse strafare, non che poi le cose siano realmente andate così. Anzi!”

 

“Cosa intendi dire?”

 

“Mi sono presentato stamattina puntuale e lui era sorridente e affabile come sempre. Mi ha fatto accomodare e dopo aver dato un’ultima occhiata al giornale che stava sfogliando, ha commentato in particolare una notizia che parlava di crisi, di recessione, di disoccupazione, insomma una vera calamità. A quel punto, mi ha detto che in una situazione del genere i costi per gli eventi erano diventati insostenibili, che il budget si era tra l’altro ridotto e che tutti noi avremmo dovuto fare un sacrificio per superare questo terribile momento”.

 

“E tu cos’hai risposto?”

 

“Gli ho chiesto cosa avesse pensato per sé, dichiarandomi pronto a fare altrettanto anch’io”.

 

“E lui?”

 

“Mi ha risposto che per sé, se del caso, ci avrebbe pensato dopo e che invece ora la prima cosa da fare era gestire subito i sottoposti in modo più efficiente. In altri termini, la sua idea è mettersi subito al passo coi tempi e ridurre, un po’ come tutte le aziende, i costi del personale con gli ammortizzatori sociali o forme diverse di lavoro”.

 

“Ammortizzatori?”

 

“Sì, non ci crederai, la cassa integrazione anche per figure storiche e istituzionali come la mia!”

 

“Comunque, in tutta sincerità, non credo che tu corra seri rischi” – osservò il ragazzo – “considerata la tua età, dovresti essere l’ultimo in graduatoria nella lista dei cassintegrati”.

 

“E invece no. Sorpresa!” – sbottò il vecchio – “sono il primo in assoluto e incontestabile. In graduatoria siamo due in totale, io e quella vecchiaccia odiosa della Befana e lei è di poco più anziana di me!”

 

“Questa sì che è sfiga, amico mio. Sfigaccia nera, bella e buona!” – concluse corrucciato Demis – “avevi però parlato di altre forme alternative di lavoro?”

 

“Sì” – confermò Babbo Natale – “in alternativa, ci sarebbe il job sharing. Per questo il capo mi ha convocato in forte anticipo il 15 ottobre. Si tratterebbe di una distribuzione dei compiti tra me e la Befana per Halloween, Natale e l’Epifania, in modo da assicurare in due la prestazione di uno per le tre ricorrenze, ovviamente pagati metà ciascuno”.

 

“E’ un incubo!” – inorridì il ragazzo.

 

“Magari lo fosse. Purtroppo, navighiamo a vista nel mare agitato della più bieca realtà!”  

 

“E non credo che le cose miglioreranno, sai?” – aggiunse dispiaciuto Demis – “vedi quest’assegno? L’ho appena avuto per la cessione di un brevetto alla fabbrica di distributori automatici dietro l’angolo dal quale, svoltando ad alta velocità, poc’anzi ti ho tranvato. E’ un marchingegno self service che, interfacciandosi con anagrafe, casellario giudiziale e archivi vaticani, può decretare con assoluta precisione la tipologia di benefit cui ciascun ragazzino potrà accedre. Mi spiace dovertelo dire, ma credo che, con l’arietta che tira, di qui a poco, sia tu che la Befana resterete senza lavoro”.

 

“La bontà giudicata da una fredda macchina che fa aridi confronti?!?” – esclamò disperato Babbo Natale – “di questo passo dove arriveremo?”

 

“Magari a un confessionale computerizzato a gettoni” – provò a ironizzare Demis – “che, con una minima offerta libera, ti spara una raffica di preghiere da dire per penitenza, lunga in proporzione ponderata ai peccati che hai appena confessato a un avveniristico quanto asettico microfono criptato”.  

 

Trascorsero alcuni minuti in un imbarazzante silenzio, senza che Demis riuscisse a trovare le parole per confortare quel povero vecchio affranto, che gocciolava lacrime a oltranza. In cuor suo, il ragazzo avrebbe voluto scusarsi dell’invenzione, per aver creduto che potesse rivoluzionare il mondo e migliorarlo, per non avere compreso in tempo l’inquietante visione meccanicistica dell’universo che stava ormai dilagando irrimediabilmente tra gli uomini. A un tratto, però, sopraggiunse un bimbo in calzoncini corti, dagli occhietti vispi e i capelli rosso rame. Poteva avere sì e no cinque anni e i suoi occhi brillarono d’intensa gioia, come diamanti sapientemente intagliati, quando intravide e riconobbe la tonda sagoma.    

 

“Evviva!” – urlò il bambino euforico – “è lui. È Babbo Nataleeee.. che sballoooo!!!”

 

“Ti adora” – sorrise Demis alla volta del vecchio – “vedi? Tutti i bambini di questo mondo ti adorano e non solo loro..”

 

“Bé” – rispose Babbo Natale, stringendo le spalle – “allora sarà meglio che mi affretti a fare il mio lavoro in job sharing con la Befana, prima che me lo porti via la tua macchina della malora! Compatto tutte le domande in una e formulo l’‘all in one question’ al ragazzetto: <<Cosa vuoi bel bambino: carbone, regalino, dolcetto o scherzetto?>>”

 

“Nulla di tutto questo” - rispose il piccolo, spiazzando all’istante i grandi – “non voglio un bel nulla. Niente di niente. Mi basta poterti vedere e abbracciare, Babbo mio bello. Sapere che ci sei e che ci sarai sempre nel mio cuore, nella mia mente e nei ricordi dei miei genitori e dei miei nonni”.

 

“Grazie bambino” – sorrise il vecchio visibilmente commosso, abbracciando amorevolmente il ragazzino – “ci son cose che una macchina non può dare, come questo abbraccio stracolmo d’amore. E se anche potesse, da lei non le vorresti”.

 

Lo stesso giorno Babbo Natale rassegnò le dimissioni al suo capo e si mise in proprio. Libero professionista, freelance! Appariva ogni anno alla mezzanotte in punto del 24 dicembre e portava pace e serenità al mondo intero con la sua folta barba bianca e un sorriso dolce e rassicurante ben collocato al centro di due belle guanciotte gonfie e rubiconde. Nessun dono con sé, né punizioni. Per questo si limitava a riviare con sufficienza a una macchinetta automatica che sarebbe apparsa di lì a poco sui tetti delle case per calarsi dai camini. Lui portava solo amore, amore e tanta pace e una forte speranza che la frenesia della riduzione dei costi ‘a tutti i costi’ e il ricorso bovino al meccanismo dei tagli del personale a favore dell’asettico ‘fast e furious automatizzato’, non conducesse al punto del non ritorno: l’eutanasia dell’anima.

venerdì, 19 novembre 2010

La fiaba di Andrea Fiore a sostegno dell’Associazione Sindrome di Crisponi - Il video dell'iniziativa

Partecipa anche tu all'iniziativa.. farlo è semplicissimo!

 

 

 

VERSAMENTO sul CONTO CORRENTE POSTALE numero 81776163

intestato a ASSOCIAZIONE SINDROME DI CRISPONI E MALATTIE RARE

 

 

Nella CAUSALE occorrerà inoltre specificare:

 

a) che la donazione è per il racconto di Andrea Fiore (scrivere: ‘DONAZIONE DA FIABA ANDREA FIORE’);

 

b) il NOME del donatore o della persona (un amico, figlio, nipote), cui dovrà essere indirizzata la fiaba, e ovviamente l’INDIRIZZO E-MAIL.

sabato, 25 settembre 2010

Scremati dal destino – Estate, vacanze e.. last minute! (Parte dopo)

[Continua dal post del 31/08/2010]

 last minute 2.jpg

“Io non mi posso proprio pace” – proseguì Mara, congiungendo le mani come se inconsapevolmente volesse pregare e aguzzando gli occhi verso la schermata del computer, che rimaneva drammaticamente immobile, come un vecchio poster cui ormai sei più che assuefatto - “ho sempre sentito che la gente trova pacchetti stupendi e a prezzi stracciati, chi a Sharm el Sheik, chi alle Seychelles, chi…”.

 

“Mi sa che nel nostro caso” – la interruppe Maso, strofinandosi nervosamente sotto le ascelle gli ultimi cubetti di ghiaccio che c’erano rimasti nella ciotola sul tavolino accanto alla poltrona - anziché i prezzi, avranno stracciato direttamente i pacchetti, mia cara! La schermata dei last minute come vedi è kappa-o e lancia inequivocabili segnali di rigor mortis. Non appare più un’offerta ormai da dieci giorni e le ultime due occasioni sono state: un week-end shrek-style indimenticabile, e posso immaginare in che senso, in cima a una non ben identificata località montana tra le più isolate del globo terracqueo, dove non arriva neanche il più potente dei satellitari multicanale, ma solo a stento i muli d’altura e, per di più, con l’obbligo di equipaggiamento, rigorosamente autogestito, comprensivo di boraccetta modello San Bernardo; l’altra, sette giorni a pane e acqua con bibbia, cilicio e inginocchiatoio in legno ruvido e venoso, da trascorrere in un tetro monastero immerso nei boschi tra strani monaci dallo sguardo bieco, con pagamento in parte in contanti, in parte in natura. C’era pure scritto ‘all inclusive’ e la cosa mi preoccupava non poco e  nessuno si è mai lamentato’. Ma perché, qualcuno è mai tornato indietro da lì?!?”

 

“A dire il vero” - obiettò la donna – un soggiorno interessante un paio di settimane fa era saltato fuori”.

 

“Ridagli con ‘sta storia del soggiorno interessante. E’ stata la volta che per errore siamo entrati nel sito di un mobilificio. Era un soggiorno, ma di tutt’altro genere. Per averlo, avremmo dovuto acquistare col sangue i mobili dell’ingresso!”

 

“Beh, in realtà ci servirebbero. Guarda come sono ridotti quelli che abbiamo..”

 

“Non i mobili del nostro ingresso, Mara, ma dell’intero ingresso del mobilificio, pari a circa trecento metri quadrati finemente arredati! Comunque, io mi arrendo. Ho deciso: mi lascio travolgere dagli eventi. Preferisco pensare alla mia ultima ora… basta last minute!”

 

“Io invece penso alla figuraccia che faremo con gli amici, quando ci chiederanno con le facce abbronzate di fresco che abbiamo fatto per le vacanze, dove siamo andati, se ci siamo divertiti. Cosa risponderemo, coooooosaaaaaa?”

 

“Ehi, Mara!!!” – esclamò l’uomo a un tratto, sgranando gli occhi, tanto che la donna dovette pensare che doveva essersene andato con la testa una volta per tutte – “dai un’occhiata un po’ qui. La finestrella in basso a sinistra sullo schermo”.

 

Mara si avvicinò titubante, ma allo stesso tempo fortemente incuriosita. Aguzzò gli occhi, lesse due o tre righe mormorando a bassa voce e, subito dopo, urlò - “Cliccaci sopra, Maso. Coraggio, non fartelo sfuggire. Facciamolo subitooooo!”

 

L’uomo non se lo fece ripetere una seconda volta. Pigiò lesto sul tasto del mouse come se stesse affondando sul pedale dell’acceleratore di un’auto da corsa e, in poco meno di un’ora, il salotto fu inondato da un’inaspettata ventata di freschezza, paragonabile all’aria frizzantina dei boschi del Kent alle cinque e mezza del mattino. I due si sentirono resuscitare e tutto sembrò più bello con l’inverter sparato al massimo, persino dover studiare per ripassare il finto viaggio last minute che avevano appena acquistato e inventare un commento, un aneddoto divertente, una storiella buffa facilmente bevibile per ciascuno dei fotomontaggi che avevano ricevuto come preziosa documentazione a supporto.

 

“Faremo il nostro bel figurone Mara. E’ un finto tour indimenticabile. Sembra quasi di farlo davvero: a momenti ci credo anch’io!”

 

“Di più, Maso, molto di più. Schiatteranno tutti d’invidia quando realizzeranno che, oltre ad aver fatto un viaggio del genere col last minute, ci siamo comprati il condizionatore per il salotto..”

 

“Però.. ora che ci penso” – si bloccò di scatto Maso, come folgorato – “quasi tutti i nostri amici hanno installato un inverter e pure della stessa marca del nostro, in concomitanza col loro viaggio last minute..”

 

“Vorresti dire.. Compra un inverter e al tuo finto viaggio ci pensiamo noi.. stessa promozione?”

 

“Che taroccari!!!”

 

“Loro, eh?”

 

Risero di cuore al pensiero che di lì a poco, con il silenzio complice e il finto compiacimento generalizzato, avrebbero recitato il loro avvincente copione, allo stesso modo e con la medesima dovizia di particolari della lunga serie d’amici furbi che li avevano preceduti, chi in Egitto, chi in Australia, chi in Kenia. E il prossimo anno? Già deciso: super-inverter in camera da letto e last minute fantascientifico su Marte… Perché no?!?

mercoledì, 21 luglio 2010

Una vita da sogno...

sogno.gifLa stanza era avvolta nella penombra, eccetto che in un angolo lontano, rischiarato a tratti dalla luce fioca di un’abat-jour. Dario era sdraiato sul divano e Sandra lo accarezzava dolcemente dietro la nuca.. Poco più in là, Francesca improvvisava una sensualissima danza del ventre, contorcendosi come se le fosse andata di traverso un’intera zuppiera di peperonata, mentre Daniela gli veniva incontro con due long drink ad alta gradazione alcolica, invitandolo a bere in fretta perché era smaniosa di fare l’amore ancora.. ancora.. ancora..

 

Dario era esausto.. sfinito.. aveva sentito quell’‘ancora’ in un’infinità di salse quella notte lì dalle tre ragazze e le voci si sovrapponevano, si mischiavano, si accavallavano perversamente nei meandri della sua mente!! Basta ‘ancora’.. BASTA!! Erano quasi le sei e mezza del mattino e tra non molto avrebbe dovuto prepararsi per andare a lavoro... non potevano dire ancora ‘ancora’!!!

 

Sandra prese ad accarezzarlo con dita soffici come la seta lungo il torace e Francesca interruppe la danza per saltargli addosso a cavalcioni e baciarlo ripetutamente sulle labbra. Daniela, vista la veemenza delle altre, accelerò il passo timorosa di perdersi la sua parte di divertimento, ma fu proprio in quell’attimo di slancio impetuoso che infilò inavvertitamente il piede in un boccolo apparentemente innocuo formato casualmente del tappeto antistante al divano, i long drink le sfuggirono di mano e.. “Dario, ma che caspita ti succede?!?”

 

“Acc.. ma che ca..!!!” – si rizzò Dario di scatto sul divano con gli occhi stralunati.

 

“Acc.. ma che ca.. acc.. ma che ca!!” – incalzò Sergio vistosamente alterato – “Porca miseria Dario, mi fai preoccupare con queste tue continue catalessi mugugnanti!!! Possibile che per farti uscire dal coma debba sempre ricorrere all’acqua?!?”

 

“Ah.. ecco cos’era.. acqua!!” – commentò Dario intristito – “altro che long drink..”

 

“Cosa?” – fece l’altro voltandosi di scatto.

 

“Niente..” – concluse Dario – “vado ad asciugarmi la faccia!!”

 

Dario Denti viveva una vita da sogno, abitava uno chalet in montagna sulle rive di un meraviglioso lago assolato, sorto nell’incavo d’un vecchio cratere; intratteneva tre relazioni in contemporanea con Sandra, Daniela e Francesca, ragazze stupende da cover di Playboy che stravedevano per lui ed erano insaziabili, tanto che sempre più spesso l’uomo doveva allontanarsi di casa due o tre giorni per rigenerare le forze giunte al di sotto della soglia della mera sopravvivenza. Dario era tutto ciò che un uomo avrebbe voluto essere ed avere, comprese le tre relazioni mozzafiato, ed era un vero peccato che ogni santo giorno tutto quanto dovesse svanire inesorabilmente al suo.. risveglio!!!

 

“Sai Sergio..” – esordì Dario, mentre con una mano imburrava nevrotico una fetta biscottata come stesse affilando un tagliente rasoio su una striscia di cuoio e l’altra ingurgitava di fretta due o tre sorsi di caffè nero fumante – “stamattina mi sento particolarmente spossato, mi sa che faccio uno squillo al lavoro, prendo mezza giornata di libertà e nel pomeriggio si vede’”

 

“Già..” - commentò Sergio a voce bassa – “fai uno squillo, prenditi la libertà e nel pomeriggio si vede..”.

 

Dario Denti non aveva a chi squillare, perché era disoccupato cronico e senza speranze!! Alcuni suoi amici dai nomi altisonanti e casualmente coincidenti con quelli d’importanti imprenditori o politici locali, dopo varie casse integrazioni e contratti di solidarietà, alla fine un lavoro l’avevano pur ritrovato. Ora magari controllavano la remota eventualità di passaggi non autorizzati di mandrie di gnu nel pieno centro cittadino nelle ore di punta oppure assolvevano al compito estremamente arduo e delicato di verificare che il ghiaccio non si sciogliesse a meno tre gradi sotto lo zero.. D’accordo, si trattava di lavori socialmente futili che non brillavano certo per prospettive di crescita e di sviluppo del quoziente intellettivo; al contrario, erano addirittura considerati ad elevato rischio di abbrutimento progressivo e per questo motivo, per i poveracci che li avevano loro malgrado dovuti accettare, erano previste delle indennità aggiuntive, onde dar loro un adeguato ristoro per i danni provocati dalla forte esposizione alla lettura di quotidiani, specie sportivi, e alla consultazione di bandi di concorsi sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, legata al tentativo costante di voler uscire dal pericoloso tunnel avvitante della paranoia.

 

A Dario comunque questi suoi amici non sembravano così provati a fine giornata lavorativa; apparivano addirittura più riposati e rilassati in viso ed anche iper-informati su tutto e tutti. Lui, quei lavori lì sarebbe stato proprio disposto a farli.. insomma, se ne sarebbe accollato ben volentieri i rischi correlati. Sebbene però avesse presentato domande su domande di lavoro e si fosse dato disponibile a qualsiasi tipo di mansione.. Niet!! Aveva perso il lavoro due anni prima, dopo una cassa integrazione trasformatasi ben presto in cassa da morto, e non ne aveva più trovato altri.

 

“Ciao Dario, che fai da queste parti” – si sentì chiamare a un tratto da dietro, appena uscito di casa.

 

“Ciao Silvio.. da quanto tempo non ti vedevo”

 

“Ti trovo bene Dario..” – riprese l’altro mentre gli stringeva forte la mano – “forse un po’ più magro, ma bene via!!”

 

“Non mi lamento..” – rispose Dario gongolante – “passavo di qui per caso, di solito a quest’ora sono al lavoro e oggi ho preso mezza giornata di libertà”

 

“Beh, allora concediamoci una pausa pranzo insieme e poi ci immergiamo nuovamente nella bolgia del quotidiano”

 

Mangiarono e bevvero allegramente e ricordarono i vecchi tempi. Poi, quand’ebbero finito, Silvio invitò Dario ad uscire ancora insieme, stavolta la sera; avrebbero cenato a base di pesce e poi Dario avrebbe potuto dormire da lui. Dario ringraziò l’amico dell’ospitalità, ma declinò educatamente l’invito, dicendo di non essere abituato a dormire fuori e poi.. a casa aveva pur sempre tre donne che l’aspettavano smaniose e non aveva certo intenzione di morire tricornuto!!

 

“Hai anche dei figli?” – chiese l’altro incuriosito.

 

“Sì, ne ho due da ognuna delle tre ragazze: sei in totale, due maschietti e quattro femminucce..”

 

Dario Denti non aveva voglia di dormire fuori fin tanto che poteva ancora permettersi il caldo divano, alternato al letto nei giorni pari, della sua stanza condivisa con Sergio. Silvio dormiva in una bidonville e per lui i cartoni erano una reggia da quando, ingegnere informatico, aveva perso il lavoro. Aveva imparato ad amare quelle quattro pareti semoventi e fingeva d’essere felice perché ora non pagava più luce, né gas e nemmeno acqua ed era libero d’invitare gli amici se e come gli andava, da quando aveva preso possesso di un piccolo spazio attiguo al suo di ulteriori 2 metri per 2, da riservare agli ospiti. Bastava che fossi disposto a dormire fuori e lui era felice. Dario però non lo era, almeno per ora.

 

Lasciarono la mensa del povero senza pagare il conto.. quello sì che se lo potevano permettere; poi, si salutarono con un caldo abbraccio, una stretta di mano e la promessa solenne di Dario di invitare presto Silvio a casa sua per fargli conoscere mogli e piccoli marmocchi.

 

Dario Denti non aveva bambini.. non ne aveva mai avuti se non nei sogni.. i suoi sogni.. il solo ed unico luogo in cui li avrebbe messi al mondo con serenità.