venerdì, 24 maggio 2013

Oggi lo do GRATIS :O)

 

Il 24 MAGGIO 2013 te lo do GRATIS!!! "L'Elettricista suona sempre 220 volt", il folle semi-serial thriller di Andrea Fiore:O)

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sabato, 04 maggio 2013

Assassinio in corso d'opera - Racconto giallo di Andrea Fiore 3^p.ta

 

[Continua dal 7 marzo 2013]

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Com’è deceduto il tizio, dottor Sfingerdolf?” – chiese al coroner, inarcando le sopracciglia.


“Shock anafilattico” – rispose l’altro, massaggiandosi nervosamente i folti baffi rossi con le dita.


“Così? Mentre suonava? – incalzò Juan Horatio – “S’è shockato in corso d’opera?”

 


“Direi di sì” – confermò il medico – “non trovo altre spiegazioni plausibili. L’uomo era allergico e uno dei rischi più grossi che avrebbe potuto correre era la puntura di un insetto. E’ stato punzecchiato da un’ape”.


“Una piccola ape insignificante può uccidere un uomo di ottanta chili e passa?”


“Certamente” – annuì il coroner, sedendosi su una delle seggiole – “il pungiglione dell’ape contiene l’apitossina, un veleno che nella maggior parte dei casi non crea pericoli all’uomo, a meno che questi non sia allergico. In tal caso può risultare letale e…”.


“Capisco, dottor Sfingerdolf” – l’interruppe il poliziotto – “questo è uno di quei casi”.


“Archivio il caso” – concluse il medico nel togliersi i guanti in lattice – “morte per shock anafilattico dovuta a sfiga nera galoppante”. Poi, prima d’andar via, rivolgendosi ai portantini dell’ambulanza, disse – “Potete spostare la salma”.


Gli uomini si portarono celeri sul morto e, afferrandolo con cura dalle braccia e dai piedi, lo girarono di faccia per infilarlo nel sacco mortuario. In quell’attimo Cartìo poté vedere in volto il musicista e si sentì gelare il sangue nelle vene. Era l’uomo che aveva visto litigare al colonnato. Quello che si contendeva un oggetto o un foglietto di carta. Che strano! Era lì, inerme, davanti ai suoi occhi. Si chiese se qualcuno l’avrebbe pianto o al contrario avrebbe gioito. Certo che se il motivo del litigio fosse stato importante, l’altro litigante ora doveva essere al settimo cielo. Lo sfiorò un pensiero inquietante. E se quel qualcuno sapesse dell’allergia? Se fosse stato proprio lui la causa scatenante dello shock anafilattico? Scosso dall’adrenalina, prese a scrutare millimetro per millimetro il palcoscenico, sotto gli occhi incuriositi del medico. Era come se avesse qualcosa di preciso in mente. Si mise a quattro zampe a tastare con le mani nelle immediate vicinanze del posto in cui il musicista era collassato, a frugare persino nelle più piccole fessure delle assi in legno. Poi, finalmente, esulto!


“Cos’ha trovato?” – chiese il coroner, alzandosi di scatto dalla seggiola e andandogli incontro.


“Non so se sia davvero importante” – rispose Juan Horatio – “questo solo lei può dirlo”.


“Di che si tratta?”


“Mi sono chiesto” – riprese il poliziotto – “se c’è uno shock anafilattico da apitossina deve necessariamente esserci un’ape morta accanto alla vittima”.


“Ebbene?” – chiese l’altro in fibrillazione.


“L’ape non l’ho trovata” – continuò il tenente – “però, ho questo”.


Il medico prese l’oggetto dalle mani del poliziotto, tenendolo con le stesse pinzette con le quali l’altro l’aveva recuperato da terra. Lo osservò attentamente, strizzando gli occhi per metterlo meglio a fuoco. Poi, sbuffò e, corrugando la fronte, proclamò – “qui qualcuno ha creduto che potesse prendersi gioco di noi!”


“Ne sono convinto anch’io” – confermò Juan Horatio.


“E’ una piccola capsula con un ago” – riprese  Sfingerdolf – “potrebbe essere stata esplosa da una pistola ad aria compressa”.


“A questo punto, mi sa tanto che dobbiamo lasciare il morto lì dov’è”.


“Sono d’accordo con lei” – confermò il coroner, storcendo nervosamente il labbro – “non più morte sfigata accidentale, ma omicidio bell’e buono!”


Seguirono alcuni attimi di silenzio, rotto dai passi di Cartìo, che continuò a vagare per il palcoscenico e a osservare pensoso ora il pavimento, ora la platea, ora i palchetti o i grandi lampadari di cristallo sospesi a pochi metri dal soffitto. Poi, il poliziotto, si lasciò cadere su una seggiola e, piantati i gomiti su un leggio, chiese - “Quali sono i pregi di un’arma ad aria compressa?”


“Direi senz’altro la leggerezza, lo scarso rinculo, la silenziosità e la precisione” – rispose il medico con determinazione.


“Tutte qualità che ben si prestano a un assassinio nella nostra location”.

“Già”.


“Che distanza può percorrere un proiettile sparato da una pistola del genere per colpire efficacemente il bersaglio? Nel nostro caso, per esser certi che un ago, perforando la camicia, si conficchi nel corpo della vittima, rilasciando il veleno?”


“Non più di una decina di metri” – spiegò Sfingerdolf.


“Uhm” – grugnì soprappensiero lo smilzo poliziotto, rizzandosi in piedi come se fosse stato punto a sua volta.


“A cosa pensa?” – gli si rivolse interessato il coroner.


“A occhio e croce, considerati lo spazio dedicato alla grande orchestra ai piedi del palco e il corridoio subito prima l’inizio delle file, siamo intorno agli otto metri. Quindi, verosimilmente, il nostro assassino, uomo o donna che fosse, doveva esser seduto in uno dei quattro o sei posti centrali tra la prima e la seconda fila”.


“La seguo” – confermò Sfingerdolf – “il colpo è stato sparato frontalmente e la vittima colpita al centro del torace. Certo, non deve esser stato semplice estrarre l’arma e prendere la mira da quella posizione senza esser visti”.


“Ma con qualche prudente accorgimento e tanta buona volontà, uniti a un buon movente, si possono realizzare grandi imprese” – completò Cartìo. Poi, avvicinandosi al cadavere con passo lento, proseguì – “prima d’entrare in teatro, avevo scorto quest’uomo. Discuteva nervosamente con qualcuno nascosto dietro una delle colonne dell’ingresso. Si contendevano qualcosa. Un oggetto, un pezzo di carta? Dalla posizione in cui ero, non era facile discernere”.  


“Si riferisce a questo?” – chiese il medico, mentre, chinandosi, estraeva da una delle tasche della giacca del morto un foglietto.


“E’ una ricevuta di un paio di giorni fa” – commentò Cartìo, prendendo in mano il pezzo di carta e rigirandolo in continuazione tra le dita – “c’è spillato uno scontrino di pagamento con carta di credito”.


“Che c’è di strano? Sarà andato a mangiar fuori da qualche parte e avrà pagato con la carta”.


“Credo che i due del colonnato stessero litigando per la ricevuta e lo scontrino. Sono alquanto stropicciati, non trova? – puntualizzò il poliziotto – “Faccio una telefonata in centrale”.


“Dove vuole arrivare?” – chiese l’altro visibilmente frastornato.


“La ricevuta indica due coperti” – riscontrò prontamente Juan Horatio – “voglio capire chi erano i commensali e a chi appartiene la carta di credito con cui è stato effettuato il pagamento”. Mentre, poi, componeva il numero della centrale, chiese al direttore del teatro, che era rimasto collassato in una poltrona tra le ultime file, di stampargli immediatamente una mappa delle prenotazioni dei posti con i nomi di chi occupava le poltrone. [To be continued] 

 

venerdì, 03 maggio 2013

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martedì, 02 aprile 2013

Low ghost stories (1^ p.ta) - Andrea Fiore

fantasma, horror, comico, demenziale, medium, esoterico, divertente, seduta spiritica, andrea fiore, virgilio, raccontoErano le undici della sera quando Matt e Drew giunsero alla fine di un lungo viale alberato, tetro e umido, che si biforcava in modo che non era possibile vederne la prosecuzione nell’una quanto nell’altra direzione. I due erano smarriti.

- Dove sei Matt? –

- E tu Drew? Sento la tua voce, ma non riesco a vederti –

- Io non riesco nemmeno a sentirti, Drew –

(Tutto questo dialogo per far capire che erano smarriti)

Matt, fino allora si era fidato del suo istinto, ma adesso che si era perso Drew, doveva fare affidamento sul suo; non l’istinto di lui, ma quello di lui, insomma non quello di quell’altro, ma il suo di se medesimo. In pratica, Matt prima aveva fatto affidamento sull’istinto di Drew ora doveva cavarsela da solo. Distinto l’istinto?

L’uomo prese la via sulla destra. Però a noi dell’uomo c’importa una sega; noi seguiamo Matt e Matt imboccò la sinistra. Un cucchiaio alla volta, con dolcezza. Facendo anche il gioco dell’aereoplanino, che tanto gli piaceva da bambino. Intanto, tutt’intorno era diventato ancora più buio. I lampioni erano rimasti spenti. Doveva essere uscito dal centro abitato, perché tutto ora era diventato fuori dal comune. Avvertì un terribile olezzo di pesce, ma l’olezzo parve non curarsi affatto dell’avvertimento. Da dove cazzo veniva quel tanfo orribile, così intenso da perderci i sensi? Era lui che doveva andare a destra e chi veniva dall’altra parte tenere la sinistra? Fossero stati in Inghilterra, la regola sarebbe stata diversa, ma qui, nello stato in cui si trovava, valeva la regola della sinistra. Doveva tenere la sinistra. La strinse forte con la mano destra e proseguì. Il tanfo però era ancora lì che gli malmenava le narici e lo stordiva. Si arrestò di scatto e, fermo con le manette ai polsi, finalmente realizzò – Che stupido! Sto andando carponi e i carponi puzzano ancora più delle carpe normali!!! -

Sollevatosi da terra, la puzza svanì come per incanto e fu proprio in quell’attimo che Matt vide la casa. La maledetta casa che stava cercando. Avvolta in un manto di nebbia fittissima, era paurosamente spettrale!   

“Uhm” – mormorò il giovane preoccupato – “una casa sinistra. Chissà il casino. Le porte si apriranno al contrario, i rubinetti ruoteranno alla rovescia e..” – non fece a tempo a completare ragionamenti così altamente deviati che un latrato gli gelò il sangue.

“Porca puttana, ma che razza di bestia è mai questa? Pelosa e con un impermeabile stretto in vita? O.. ora lo apre!!! Aaa…zzo, un lupo manniaco!!!”

Matt si girò veloce e prese a fuggire a gambe levate, ma proprio perché le aveva levate, riuscì a percorrere pochi metri e rovinò a terra. Il lupo gli fu subito sopra e con una forte zampata lo sbatté a terra in senso buono con l’intenzione di sbatterlo a breve pure in senso cattivo e stava quasi per mettere in atto il macabro disegno, se non fosse accaduto qualcosa di veramente prodigioso. Cominciò a perdere i peli e a rimpicciolirsi e un attimo dopo scappò via ululando con le mani tra le gambe.

- Per questa volta ti è andata bene, fratellone” – commentò Drew da dietro una siepe.

- Ma dove diamine t’eri cacciato?!?” –

- M’ero perso seguendo il tuo istinto. Una vera chiavica! -

- Quel mostro mi stava per fare.. per fare..”

“Ti stava per fare. Punto”

“Ma, come hai fatto a fermarlo” – chiese Matt esterrefatto.

“Gli ho mostrato questo”.

“E’ una copia di Breaking dawn”

“Esatto”

“E..?”

“Lo sanno tutti” – spiegò l’altro riponendo accuratamente il cd nel trench – “quel film è una vera mattonata sulle palle! E’ già tanto se sia riuscito a scappare”.

“Lì di fronte c’è la casa” – indicò Matt con un cenno del capo.

“Wow, l’abbiamo trovata” – esultò l’altro – “che aspettiamo allora, facciamoci un salto”.

“Già, metteremo fine a questa buffonata!”

Pochi passi e furono all’ingresso della villetta. Anche se i due non credevano affatto nel paranormale, di certo in cuor loro non poterono negare che quel luogo faceva rizzare i peli della schiena.

“Coraggio, bussa” – fece Drew alla volta del compagno – “non vorremo passare  l’intera notte al gelo?”

Matt alzò il braccio per sollevare il battente della pesante porta d’ingresso, ma non fece in tempo che la porta si aprì e apparve come dall’oltretomba una donna grassoccia sulla sessantina, pallida in volto, avvolta in uno smanicato di almeno due taglie più piccolo che lasciava strabordare come grossi prosciutti di parma due braccioni mollacchi e cellulitici. 

“Eravate voi che stavate per bussare?” – chiese la donna con fare saccente.

“Ehm sì” – rispose impacciato Matt – “lei dovrebbe essere una medium”

“Medium?” – ripeté l’altra con una piccola smorfia di disappunto – “Lo sono stata tanti anni orsono. Adesso sono una XXL..”

La grassoccia signora invitò i due a entrare e quando varcarono la soglia e la porta si chiuse cigolando, fu come se tutto, dentro e fuori l’edificio, fosse piombato nel buio più totale delle tenebre di una notte senza luna e senza stelle. [To be continued]

martedì, 26 marzo 2013

Il 26 marzo L'elettricista lo prendi GRATIS! - Andrea Fiore

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giovedì, 07 marzo 2013

Assassinio in corso d'opera - Racconto giallo di Andrea Fiore 2^p.ta

[Continua dal 16 gennaio 2013]

 thriller, poliziesco, libro, racconto, ebook, divertente, andrea fiore, teatro, omicidio, assassinio, opera, musicaUn uomo grassoccio, vestito in modo fine, discuteva animosamente con qualcuno, che, per quanto si sforzasse, non riusciva a scorgere, perché rimaneva nascosto dietro una delle pesanti colonne del teatro. Il tizio teneva qualcosa in mano, un pezzo di carta o forse un piccolo oggetto, e se lo contendeva con l’altro o l’altra. Il poliziotto, intrigato dalla situazione, stiracchiò il collo e aguzzò gli occhi per vedere meglio. A volte, si lasciava stuzzicare dalla curiosità, che, prima ancora d’esser donna, era la sua quintessenza. Dovette, però, abbandonare subito l’impresa, perché aveva fatalmente rallentato il passo e Brenda non mancò di richiamarlo prontamente all’ordine.


“Cosa danno stasera?” – chiese alla donna, sforzandosi di fingere interesse.


“Un decimino” – rispose lei tronfia.


“Un decimino?” – ripeté il poliziotto meccanicamente, fremendo sottopelle per l’inquietante assonanza tra la parola proferita dalla ragazza e il ben noto vocabolo decimante”.

 

“Sì” – confermò lei – “è un doppio quintetto di fiati”.

 

“Speriamo, allora, che non abbiano mangiato pesante” – sorrise lui. Ma, tenuto conto che lei non aveva  mosso un muscolo della faccia, che lasciasse anche minimamente ipotizzare che avesse apprezzato la battuta, ritornò subito serio, con un colpetto di tosse dato ad arte. Dopo poco, riprese con tono serioso - “Che ascolteremo?”

 

“Due divertimenti di Mozart”.

 

“Botta di vita!” - borbottò l’uomo, allontanandosi momentaneamente alla ricerca dei posti numerati. Ora erano seduti e, a giudicare da chi gli stava accanto, l’età media doveva scorrere pericolosamente intorno ai centoquaranta centocinquant’anni. Una vecchia signora artritica si era finalmente accomodata accanto a lui, tra innumerevoli cigolii e raccomandazioni del vecchio marito ipovedente e, a quel punto, la fila poté considerarsi ufficialmente chiusa. Fu allora che Juan Horatio realizzò con profondo sconforto e ansia galoppante, che avrebbe potuto abbandonare la postazione non prima di una buona mezzora dopo la fine dello spettacolo, a causa dei prevedibili tempi agonizzanti di sfollamento di un pubblico così cadente, che aveva espresso il peggio di sé proprio lungo la sua fila. Poteva ben dire addio a provvidenziali pisciatine, caffè e sigarette salvavita all’intervallo! Per fortuna, presto si spensero le luci. Si aprì il sipario rosso tra gli applausi del pubblico ed entrarono, come ridicoli pinguini, dieci individui in frac e papillon con corni, oboe, flauti e altre analoghe diavolerie a soffietto. Brenda si girò verso di lui. Gli sorrise e dopo poco si pietrificò con lo sguardo fisso verso il palco. A Juan Horatio non restò che inserire il pilota automatico e confidare, già in fase di decollo, che l’atterraggio arrivasse presto e indolore. I musicisti aprirono quasi contemporaneamente gli spartiti sopra i leggii, sfiatarono gli strumenti e, a un cenno di uno di loro, che doveva essere il direttore d’orchestra, presero finalmente a suonare. Che tristezza! – pensava Cartìo teso in volto a fronte della crudele tortura - Un poliziotto stimato e pluridecorato come lui, tenente della benemerita Polizia di Svelterville Ofunder, giaceva inerme tra un coacervo di zombie, sfiancato da una serie soporifera mal assortita di note musicali, tristemente soffiate da dieci spietatissimi aguzzini. Irrimediabilmente in balia d’una donna, che lo teneva al guinzaglio come un cagnolino slinguazzante con la promessa, peraltro mai formalizzata, che un giorno gliel’avrebbe data! Com’era sceso così in basso, come aveva potuto cedere a un simile vergognoso compromesso etico-morale? Rinunciare a se stesso e alla sua dignità per una… si soffermò a riflettere solo un istante, giusto il tempo di dare un’occhiatina di sbieco alla ragazza e, subito dopo, concluse con fredda e lucida determinazione: fanculo alla dignità! E’ troppo bella e andrò avanti! So di essere vicinissimo alla meta e non rinuncerò al delizioso piacere d’addentarti, mia morbida Brenda. A costo di morire sotto i duri colpi d’un rognosissimo divertimento mozartiano! Giusto in quell’attimo, accadde l’inaspettato. Nel bel mezzo dell’esecuzione, il suonatore di oboe, s’alzò dalla seggiola, si voltò verso destra alla volta degli altri musicisti e steccò di brutto. Quindi, allontanato lo strumento da sé, urlò qualcosa, che, data la distanza e il frastuono degli strumenti, risultò a Cartìo incomprensibile, sbarrò gli occhi e cadde a peso morto, travolgendo il leggio e sparpagliando in mille direzioni i fogli dello spartito. Tornò immediatamente la luce in sala e fu la riprova che nessuno aveva sognato.

Dopo una decina di minuti, sopraggiunsero i poliziotti di quartiere, che fecero defluire il pubblico, consentendo di rimanere in sala soltanto al direttore del teatro e agli addetti ai lavori. Nel frattempo, era arrivato anche il medico legale, che tolti sciarpa, cappotto e giacca, aveva cominciato a effettuare, con un certo affanno, data la stazza, le indagini di routine sul cadavere. Cartìo, dal canto suo, ritenendosi costantemente in servizio zeroventiquattro, chiamato immediatamente il comando per avvertire, s’era visto assegnare il caso in poco meno di un nanosecondo, cosa che non fu certo vista di buon occhio da Brenda. La donna, infatti, visibilmente contrariata, gli comunicò all’istante la ferrea intenzione di chiudere lì l’uscita e di volersene tornare a casa. Juan Horatio, finse astutamente d’esserci rimasto male per l’incarico. Ostentò rabbia e disperazione per il rognoso accadimento, che gli aveva impedito di godersi a pieno il suono melodioso del decimino. Brenda però era irremovibile, voleva assolutamente rincasare e non gli lasciò altra scelta che chiamare un taxi. Compose lesto il numero del centralino e in cuor suo fu felicissimo quando gli confermarono che l’auto sarebbe arrivata in un paio di minuti al massimo. Promise a Brenda che l’avrebbe chiamata la sera stessa, appena le cose si fossero calmate. Dopo di ché, la salutò con un tenero bacio sulla guancia e, una volta che lei sparì dalla sua vista, tirò il fiato, finalmente libero di fiondarsi, anima e corpo, sulla scena della morte.

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mercoledì, 06 marzo 2013

Il 6 marzo L'elettricista è GRATIS! - Andrea Fiore

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martedì, 19 febbraio 2013

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mercoledì, 30 gennaio 2013

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mercoledì, 16 gennaio 2013

Assassinio in corso d'opera - Racconto giallo di Andrea Fiore 1^p.ta

thriller,poliziesco,libro,racconto,ebook,divertente,andrea fiore,teatro,omicidio,assassinio,opera,musicaJuan Horatio Cartìo percorreva le strade cittadine a bordo della sua vecchia Cadillac e pregava iddio che Brenda decidesse di cambiare idea. Gli era sembrata inamovibile sulla faccenda. Non aveva ammesso né se, né ma. Nessuna smorfia di disappunto, neanche un sospiro. Così, aveva chiamato in Centrale per chiedere un permesso in extremis e s’era agghindato alla meno peggio con uno smoking di fortuna. Prima d’uscire, s’era guardato allo specchio. Gli cadeva a pennello. Caspita quant’era magro, troppo magro. Vestendo sempre la divisa non si rendeva conto d’essere diventato pelle e ossa. Del resto, la vita del poliziotto costantemente sulla strada e con l’adrenalina a mille non è che l’aiutasse più di tanto a prender grasso. Aveva sudato un po’ per collocare ad arte la pistola sotto la giacca dell’abito civile, in modo che non si vedesse, ma alla fine era riuscito perfettamente nell’impresa. Non era disposto a separarsene. Per nessuna cosa al mondo. Un poliziotto è sempre in pericolo e i criminali che hai incastrato non osservano orari di lavoro. Se decidono di farti fuori, lo fanno anche a notte fonda o al luna park o, perché no, quando sei al cinema o al teatro e senza nemmeno aspettare che cali il sipario. Già, il teatro! L’appuntamento era per le otto sotto casa di Brenda e, poi, sarebbero andati al Gran Teatro dell’Opera per assistere a un concerto di musica da camera. Puah! L’odiava dal profondo dell’anima. E, poi, se la musica è da camera, che cazzo l’ascolti a fare insieme a tre quattromila mummie. Sentila dentro, tra le quattro pareti di casa tua. Ti spalmi su un divano, schiaffi le cuffie sulle orecchie, decidi il livello del volume e via, a tavoletta! Ti fai del male da solo, ma risparmi gli altri, che non hanno colpa! Accostò l’auto sotto casa di Brenda. La tanto attesa telefonata di cambio programma, purtroppo, non era arrivata e Juan Horatio perse definitivamente le speranze quando apparve la giovane donna, agghindata di gran gala, con tubino nero a vitino stretto, stola bianca di non so quale animale in via d’estinzione e tacchi alti, che rivelavano uno stacco di coscia da perderci la testa. 

"Ciao caro” – lo salutò lei da lontano, mentre chiudeva in fretta l’uscio di casa – “noto con piacere che sei stato puntuale”.

“Avevo altra scelta?” - mormorò avvilito il poliziotto, deglutendo forte come se il rospo che aveva piantato sul pomo d’Adamo non volesse in alcun modo scender giù. Non lasciò, però, trasparire nulla dello stato d’animo malconcio. Erano mesi che stava dietro a Brenda e l’invito al Gran Teatro per la devastante martellata sonora sulla palle era forse l’ultimo atto dovuto che sarebbe stato, a suo modo di vedere, ampiamente ripagato a breve da infuocate ore di puro sesso sfrenato con quella gran sventola di femmina. Gli toccava soffrire ancora un po’, in religioso silenzio, e, se avesse retto, sarebbe finalmente riuscito a spezzare il terribile trend negativo, che vedeva datare i suoi ultimi rapporti ai tempi della scuola, tutti indistintamente scritti sui registri di classe. Abbozzò un tenero sorriso, scese ad aprire la portiera per fare accomodare la ragazza e ripartì lesto verso il luogo dell’evento.

“Dove si va stasera?” – chiese svogliatamente l’uomo – “Mi avevi accennato qualcosa, ma non riesco a fare mente locale. Pub o bowling?”

“Musica da camera” – ripose Brenda lapidaria con un tono di voce che non lasciava adito a dubbi.

Juan Horatio arrivò fin sotto le scale del teatro, consegnò le chiavi al posteggiatore e si diresse all’ingresso con la ragazza sotto braccio.

Mentre saliva le scale, sollevò gli occhi per meglio vedere la struttura. Era inquietante. Simile a un tempio greco con colonne lunghe e capitelli arzigogolati in stile corinzio, che reggevano un pesante frontone, che sembrava stesse per crollarti addosso a ogni passo che muovevi. Un vero luogo sacrificale, dove stava per compiersi un terribile martirio in onore di malvagie divinità, con Brenda sacerdotessa e lui vittima designata. Abbassando lo sguardo rassegnato, i suoi occhi rimasero, però, catturati da una visione insolita. [To be continued]

martedì, 15 gennaio 2013

Oggi L'Elettricista ti da la scossa GRATIS!

 

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lunedì, 10 dicembre 2012

Oggi GRATIS "L'elettricista suona sempre 220 volt" di Andrea Fiore

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domenica, 09 dicembre 2012

Il presepe di Lui - Racconto di Natale di Andrea Fiore

Presepe,feste,natività,gesù,dio,natale,babbonatale,pastore,doni,regali,demenziale,comico,divertente,andrea fiore,crisi,monti,governo,calcio,stato,raccontoFino a quel momento, Lui se n’era stato con la testa fra le nuvole. Amava farlo; lo faceva sentire leggero, lontano dalle cose terrene, dal logorio della vita moderna o quella roba lì da amaro al carciofo che per alcuni te lo gusti solo se stai seduto nel bel mezzo di un incrocio affollato e coi semafori guasti. Ora però tutto era pronto per il grande evento. Con un colpo di reni da dio, aveva tirato giù veloce due o tre scatoloni dal soppalco e stava finendo di scartare le statuine degli ultimi pastorelli. Le ripose delicatamente  su di una piccola panca in buona compagnia di pecore e cani da gregge e chiuse gli occhi per concentrarsi prima di dare libero sfogo al suo spirito creativo.

Realizzare il presepe fu come un incanto. In circa sei minuti sorsero come dal nulla montagne e foreste, presero a scorrere fiumi e si formarono laghetti e il piccolo paesello cominciò a materializzarsi. Sorsero dapprima le case, una dopo l’altra; poi gli alberi, le fontanelle agli angoli delle strade sterrate, e, infine, una bella capanna, collocata ad arte al centro delle vie che si diramavano a raggiera. Una capanna illuminata da una luce fioca, stracolma di fieno e con una mangiatoia in bella vista. Frugò come un forsennato tra le scartoffie che erano rimaste dentro uno scatolone e grondante di sudore estrasse gli ultimi due pezzi. Un bue e un asinello, finemente rifiniti, che quasi sembravano veri. Ebbe l’istinto di batterli col martello e di urlare “Perché non ragli? Perché non muggisci?”, ma questo era un altro film e poi il tempo scorreva inesorabile. Sei minuti non erano molti.  

Il settimo minuto Lui concluse i lavori e si riposò. Il riposo gli spettava in virtù della legge 626/94. Era un suo diritto!

“Padre, è bellissimo” – urlò a un tratto un bel pupettone, che avrebbe potuto avere a occhio e croce otto dieci anni, dai capelli a ciocchettoni biondi stile camomilla Schultz. Era letteralmente al settimo cielo.   

 “Vedi figliolo” – proseguì il padre sospirando – “utilizzo il budget dei sei giorni per cose ben più grandi e impegnative; per le piccole cose sei minuti bastano e avanzano. Direi che vado in scioltezza”.

 “Me ne sono accorto. Direi che è perfetto, anche se un po’ hai esagerato. Montagne di marzapane, fiumi di cappuccino, capanne di ciambellone, erba..”

“Erba?!?” – sbraitò Lui sgranando gli occhi – “Dove?”

“Lì. La brucano le pecore e fanno anche movimenti inconsueti; sembrano innaturali, come se volessero spiccare il volo.. E i pastori? Anche loro sono strani. Vedi, la polverina che hai usato per fare la neve? La tirano su forte col naso, aiutandosi con delle cannucce”

“Ecco, lo sapevo, ci risiamo!!!” – commento Lui paonazzo in volto. Era furioso. Chiaramente erba e polverina non rientravano nel suo progetto, ma nel contempo non dovevano essere una vera sorpresa. Staccò un filo d’erba e poi sniffò la polvere da sopra una casetta innevata e.. – “Yuppiiiii… ehm, volevo dire che sono furenteeeeeee!!!! Scatenerò l’ira di Dio!!!”

“Lira, papi?” – chiese perplesso il ragazzino – “ma non siamo passati all’euro?!? Scatenerai l’euro di Dio”

“Io creo un presepe che è un Paradiso” – proseguì Lui incurante della pedante puntualizzazione del pargolo – “un presipino piccino piccino, piccino picciò, una deliziosa miniatura, un buco nero della felicità, una stupenda isola che non c’è, dove tutto è bello e i colori delle cose sono pastello con tonalità tenui e docili sfumature e non dico che mi aspetto gratitudine, una profondissima gratitudine, talmente profonda che per provarla devi indossare i braccioli per stare a galla, ma almeno lasciatelo com’è, non me lo contaminate ‘sto …biiiiiipppp.. di presepe!!! E questo biiiiiipppp ch’è stato?!?

“L’auto-censura papi, l’hai impostata tu stesso per impedirti di fare peccato. Tu sì che sei perfetto”.

“Già, un perfetto..”

“L’aria intorno al presepe diventa irrespirabile e fa pure caldo, tanto caldo!” – fece notare il bimbo

“Lo smog e l’effetto serra!” – fece notare Lui – “Sono arrivati anche loro come le cavallette”

“Non vedo cavallette, papi”

“Guarda più in fondo, figlio mio. La c’è gente che soffre”

“Non vedo niente è tutto buio”

“Sono tutti di colore. Usa questi. Sono occhiali a infrarossi. Fanno miracoli”

“Urca se li vedo ora. Quanti ne sono. Davvero tantissimi!”

“Tu sei riuscito a vederli. Pensa che buona parte del mondo non ce la fa” – rispose Lui accarezzando il piccoletto – “sono i pastori del terzo mondo. Vivono tra fame, malattie, disperazione e sfruttamento”

“Io non capisco, Padre?” – chiese il pargolo incuriosito – “Perché il presepe si trasforma così?

“Segue le leggi del mondo reale e il mondo reale è così. Tu lo crei bello, ma dura poco, perché subito dopo c’è chi avvia ineluttabili processi tendenti all’autodistruzione”

 “Guerre, lotte cittadine, malasanità, mafia, politici iper-corrotti, sommosse, attentati, pseudo artisti strapagati”

“E’ apparso pure il calcio” – sottolineò il ragazzino con gli occhi che gli luccicavano per l’eccitazione.

“Già, il calcio, l’oppio dei popoli. La piaga più grande!”

“Perché?”

“Giro di milioni, partite truccate, scommesse illegali, giocatori super viziati e iper-pagati e partite a gò-gò, senza tregua né rispetto né pudore, ogni santo giorno della settimana, no stop zeroventiquattro. Partite dei campionati più svariati del globo terracqueo, comprese quelle d’infima categoria dell’oratorio festivo del paese montano più sperduto, commentate da tecnici improvvisati, paratecnici e opinionisti matti. Tutto questo per non farti pensare a nulla. Per distrarti la mente dalle cose che contano. Sicché da due palle ce ne hai tre. Due in basso e una costantemente in testa. Una palla che balza e rimbalza, che vola, che sfugge, che è dentro che è fuori anche se di poco, peccatoooo! Oppure, goooolllll, urlato come se stessero togliendoti la vita, da cronisti invasati che andrebbero esorcizzati, altro che mandati in onda! Solo una palla nella tua testa, inseguita da ventidue stolti, giudicati con molta approssimazione da tre arbitri e un quarto uomo. Ma chi sarà mai poi ‘sto quarto uomo? Uno che arriva sempre quarto o è scarso o è sfigato. Uno che non sale mai sul podio, manco per sbaglio, fosse solo per passare lo straccio o dare un colpo di ramazza, che razza di giudice può mai essere?!?”

“Ok, il calcio è una terribile piaga. Mi hai convinto” – tagliò corto il fanciullo per evitare di avvitarsi in un loop totale a causa degli sproloqui di Lui – “Non vorrei però criticarti, ma quei monti laggiù non è che siano venuti tanto benei”

“Quali? Ah, sì lo ammetto. Un errore grossolano. Credevo che in Italia avrebbero creato una valida barriera tecnica per il superamento della crisi”

“E..?”

“Come ti dicevo: è stato un errore; un grave errore, un..”

“Gravissimo errore?” – sorrise il putto. Poi, voltandosi verso la creazione del padre, che s’imbruttiva sempre più man mano che trascorrevano i minuti, aggiunse a bassa voce con una smorfia di tristezza sulle labbra - “Che brutto presepe, Padre. Davvero, perché continui a farlo?”

“Perché, perché, perché.. sei curioso figlio. Lo faccio e basta e poi, mi piace creare le cose. Anche per un solo attimo sono belle e mi fanno sentire importante. E poi, ci sei sempre tu che corri a rimettere le cose a posto, no?”

“No Padre, mi sa che non le metto affatto” – rispose l’altro seccamente – “io ogni anno la discesa la faccio per non dispiacervi, però non credo che serva a tanto. La gente esulta per la mia venuta, va in visibilio. Sembra anche che abbia capito. Alcuni hanno addirittura le visioni, altri le stimmate temporanee, altri ancora parlano con gli animali o acquistano il dono delle lingue. Ma dopo pochi minuti quasi tutti dimenticano. Dimenticano chi sono io, perché sono venuto e non ricordano nemmeno perché hanno stappato lo spumante a mezzanotte e hanno brindato. Le persone sono distratte, Padre. Dal calcio, dai grandi fratelli, dalle isole dei famosi e dei non, dai gossip alimentati dalla fervida immaginazione di chi ha capito come funziona il mondo che tu hai creato e ne ha preso le rendini in mano. Col nuovo anno, gli uomini saranno pronti a farmi fuori sulla croce, come hanno sempre fatto. Come in un videogame. Tanto io ho vite da vendere e dopo tre giorni torno in circolazione più in gamba che mai”

“Sei un lazzarone, nel senso che resusciti” – commentò sorridente Lui - “capita.. la battuta?”

“Non scherzo padre, quest’anno vorrei non andare. La realtà laggiù è come nel tuo presepe; l’hai appena detto tu stesso. Quest’anno no. Potresti dire che mi son dato malato o che l’Arcangelo Gabriele si è dimenticato di fare l’annuncio propedeutico o che la cicogna ha sbagliato traiettoria e si è andata a incagliare tra due pianeti lontani anni luce. Oppure che sciopero. Uno sciopero selvaggio che non è stato preannunciato e non mi puoi neanche precettare. Lo fanno i mortali, perché non dovrei io, che sono il figlio di D..”

“Io.. io.. non so che dire” – bofonchiò il vecchio spiazzato – “Lo hai sempre fatto. Sei sempre sceso per salvare il mondo e dopo pochi mesi sei sempre tornato”

“Già, ogni anno vado e torno, ma cosa cambia?” – ribatté seccamente il figlio - “Trovami uno stuntman”

“Stuntman?!?” – ripeté convulsamente Lui – “e dove lo trovo uno che accetta di scendere giù e d’essere deriso, picchiato e crocifisso in nome e per conto tuo?!? Così, su due piedi?”

“Per l’esattezza è stato anche sulle mani e non sono sottigliezze!”

 “Fammi pensare” – corrucciò le sopracciglia Lui – “Stunt.. stunt.. stuntman.. Trovato!!!”

“Cosa Padre?”

“Chi ti sostituirà” - precisò l’altro – “manderemo il cicciottone dalla barba bianca folta con la tutona rossa. Quello che se ne va in giro in slitta per i cieli a meno ottanta gradi trainato da una manciata di renne masochiste croniche”

“Babbo Natale?” – fece il ragazzo perplesso – “ma che c’entra con me”

“Avete molte cose in comune. Anche lui arriva a Natale. Fa tutti felici e dopo qualche giorno viene dimenticato. E la cosa positiva è che alla fine non muore nessuno e di conseguenza nessuna resuscita!”

La soluzione sembrò convincere il figlio. I due si guardarono ancora per qualche istante negli occhi, poi Lui e l’Altro spensero le luci del presepe, voltarono le spalle e andarono via. E da quel Natale il mondo fu felice quei soli pochi giorni in cui veniva Babbo Natale; per il resto del tempo, piombava poi nelle tenebre, buie e profonde tenebre, proprio come quelle del presepe.   

mercoledì, 31 ottobre 2012

Buon Halloween (stendetemi pure sopra un velo pietoso!)

sabato, 27 ottobre 2012

Posso chiamarti... (Vignetta di Andrea Fiore)

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venerdì, 12 ottobre 2012

Ci tagliano l'IRPEF - Vignetta di Andrea Fiore

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martedì, 18 settembre 2012

Boia Dumond Lader - La tutina superpoterica

[Link alla prima puntata]

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“Dove mi stai portando?” – chiese sempre più incuriosito Boia Dumond allo strano tizio, che lo guidava attraverso i bui corridoi di un palazzo del 1100 – “E quella bestia leopardata che scuote la testa minacciosa?!?”

 

“Non temere” – rispose l’altro – “è un pupetto del 1100. Andava di moda all’epoca, insieme alle code di volpi che fluttuavano nell’aria, appese allo specchietto retrovisore”.

 

 “Boati? Da dove provengono?”

 

“Non sono boati, ma bottoni. stiamo per entrare nella stanza dei bottoni. Faresti bene a tapparti le orecchie; a volte sono talmente forti che spaccano i timpani”.

 

“Che mi frega dei timpani? Mica suono, io!” – bofonchiò Boia contrariato.

 

“Dopo questa ne ho la certezza matematica” – annuì soddisfatto l’altro, mentre apriva una porta scricchiolante e lo invitava ad accedere e ad accomodarsi su una seggiola – “tu sei davvero l’uomo giusto, amico”.

 

Passarono alcuni attimi in silenzio. L’uomo misterioso era entrato in uno stato di catalessi nel quale Boia non poteva seguirlo, perché privo di valido passaporto. Poi, finalmente, il tizio dischiuse una cassettina che s’era portata dietro fino ad allora e, con tono solenne, chiese - “Che ne pensi di questi?”

 

“Di certo questi bottoni sono meno rumorosi degli altri” – rispose il tozzo ex commesso, agitando al cielo i corti braccini e dipanando un apprezzabile puzzo di fogna ascellare.

 

“Quali preferisci?” – proseguì il tizio – “Ce ne stanno di tutte le misure e di colori ne trovi quanti ne vuoi”

 

“Che ci faccio coi bottoni di varia misura, peso, colore, credo politico, sesso e religione?”

 

Il tetro interlocutore si diresse lentamente verso una vecchia credenza cui ormai non credeva più nessuno; aprì con un po’ di fatica uno dei cassetti e ne trasse fuori una tutina impolverata di colore giallo vomito metallizzato a squame mesozoiche. La scosse ben bene e, quando fu quasi certo d’avere sparso per aria due milioni almeno dei cento miliardi di migliaia di acari che la popolavano da anni, tanto che ne vantavano ben donde pro-quota la proprietà, in base all’istituto giuridico dell’usucapione, fece per porla al piccolo ometto grasso e tarchiato, che, però, si ritrasse d’istinto disgustato.

 

“Perché ti ritrai?”

 

“Lo faccio sempre quando mi schifo” – rispose Boia – “vedi? Qui è quando mi sono ritratto tra il pubblico del festival di Sanremo, qui ero dalla De Filippi; è stato terribile! Qua stavo leggendo della riforma pensionistica; noterai la mano mossa. Qui sono al Mac e…”

 

“Sei bravo, disegni bene” – si congratulò l’uomo, tagliando corto – “ora però riprenditi”.

 

“Non posso. Solo ritratti. Mai avuto i soldi per una videocamera”

 

“Riprenditi almeno la tuta da terra; sarà piena di polvere”

 

“La caduta non può che averla migliorata, credimi” – commentò Boia nauseabondo tra uno starnuto e l’altro, sollevando il tristo indumento da terra e tenendolo sospeso a mezz’aria con la punta delle dita. Indi, esclamò stizzito –“Insomma, continuo a non capire, stiamo mettendo su una sfilata di moda?”

 

“Mettiamo su il più grande spettacolo del mondo, mio piccolo becero commessucolo de noantri” – fece l’altro con un sorriso sinistro, dal momento che era mancino - “La sfida del secolo: Boia Dumond Lader, ovvero l’antitesi pura del supereroe vincente sapientemente rettificato, contro Hercul Bottom, ossia, il supereroe vincente. E’ un pericoloso criminale al quale va sempre bene, perché il culo l’assiste. Costantemente. Ha un culo enorme, che non fa mai cilecca; un culo instancabile, che fa i turni diurni e notturni. Non riposa mai. Mai un’ora di pemesso, mai una malattia, mai una defaillance, mai uno sciopero. Quel bastardo di un culo è sempre lì, pronto a tirarlo fuori d’impaccio!”

 

“Beato lui; il mio c’è solo quando…” – soggiunse Boia soprappensiero.

 

“Quando?” – incalzò l’altro.

 

“No, niente” – tagliò corto Dumond – “del resto, non è neanche vero. Spesso mi lascia a secco anche in quei momenti: soffro di stitichezza!”

 

L’uomo misterioso non poté fare a meno di dare uno sguardo di sbieco, fortemente intriso di pietà, a quel reietto che gli stava davanti accasciato mollemente sulla sedia. Uno sfigato puro: anche stitico. E che cazzo!”

 

“Perché ce l’hai con Er Culo?” – riprese Boia, infrangendo i foschi pensieri dell’altro.

 

“Io soltanto ce l’ho con lui? Noi tutti della Criminalpolli lo odiamo, dal profondo del cuore!!! Ci ha reso ridicoli con le sue rapine, che si concludono sempre rocambolescamente bene. Ma ora abbiamo finalmente l’arma giusta!”

 

“Ehm… io?!?” – fiatò appena Boia.

 

“Esatto, tu, piccolo ex commesso sfigatissimo spiegazzaabiti della malora! Ti abbiamo selezionato tra più di diecimila profili compatibili e sei risultato quello giusto. Al mille per mille!”

 

“Tra più di diecimila concorrenti? E sono venuto fuori io al mille per mille?” – ripeté Boia convulsamente.

 

“Esatto!”

 

“Sfiga di mer.. mi hai convinto, sono proprio l’uomo giusto!!!”. Detto ciò, Boia si lasciò andare all’indietro a peso morto sulla spalliera della sedia, che cedette miseramente e in pochi istanti fu sdraiato dolorante sul duro pavimento. Ancora una dura riprova della drammatica correttezza della selezione della Criminalpolli. 

 

“E’ chiaro che non sei ancora pronto!” – esclamò l’agente – “occorre prima procedere alla rettifica”.

 

“E’ la seconda volta che ne parli” – l’interruppe Boia preoccupato – “che intendi dire con “rettifica”, amico?”.

 

“Al tempo” – tagliò corto l’altro – “scegli i bottoni da applicare alla tuta e, quando l’indosserai, avrai finalmente i superpoteri e capirai!”.

 

“Mi sento tanto un vespino cinquanta da taroccare coi pezzi Polini primavera…” – sospirò Boia – “ok, scelgo i bottoni marroncini; no, non quelli, gli altri; quelli a destra, non so descrivere la tonalità, ma..”

 

“Marroncino “feci”” – precisò il tetro poliziotto con una smorfia di disgusto.

 

“Ecco, benissimo” – chiosò Dumond – “il marroncino “feci” va giù che è ‘na meraviglia sul giallo vomito metallizzato a squame mesozoiche della tuta!”

 

“Con i superpoteri” – continuò l’individuo mentre cuciva i bottoni – “sarai all’altezza di Bottom. Ti verrà un culo da paura” – Staccò il filo dell’ultimo bottone, soffocò a fatica in bocca una bestemmiuccia sgorgata dal profondo dell’io per essersi conficcato brutalmente l’ago nel dito indice e, infine, porse la tuta a Boia – “Ecco qui la tua mise da supereroe, pronta per essere indossata!”

 

“Di zecca, eh?” – rise sornione Dumond, alludendo alla colonia presente tra le fetide maglie dell’indumento. Prese la tuta, se l’infilò al volo e, tutt’a un tratto.. un terribile boato scosse le quattro pareti della stanza, seguito a ruota da un accecante nuvolone di fumo, che lasciò tutt’intorno un appestante olezzo di peli delle ascelle bruciati.

 

“Che cul..o!” – strillò allibito l’agente.

 

“Cul..o?!? Come fai a sapere che la tuta funziona di già?” – obiettò Boia – “Non ho fatto nulla! L’ho solo indossata e sono rimasto impalato in mezzo a ‘sta nebbia fognaria!”

 

“N-non lo dicevo nel senso di superpotere; mi riferivo a.. a.. a quello.. quell’ingombro che hai.. ehm.. lì, insomma.. dietro la schiena. E’ enormeeeeeee! Qualcosa non deve aver funzionato!!!”

 

“Dici? Ahia.. porc!!! Ma che è?!?” – Escalmò disperato Dumond, brutalmente incastrato per il di dietro tra un bracciolo del divano e lo spigolo d’una libreria. [To be continued]

venerdì, 31 agosto 2012

Esce in Ebook "L'elettricista suona sempre 220 volt" di Andrea Fiore

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Leggi la quarta di copertina:

 

La città di Gravetown è terrorizzata da un terribile assassino con la macabra abitudine di uccidere le sue prede con scariche elettriche. Il pingue ispettore Peter Haddock e il suo smilzo assistente Dan Parrish si vedono appioppare il caso quando il serial killer ha già mietuto sedici vittime. Il criminale è solito lasciare sulle scene dei delitti pochi indizi: un bigliettino con la firma "L'Elettricista" e un numeretto sempre diverso. I due poliziotti annaspano vistosamente e, per di più, non esita a inveire ripetutamente su di loro l’arcigno comandante Gas Major, fortemente deluso dagli scarsi risultati. Riuscirà l’impacciato Haddock a venire a capo di cotanto mistero e, soprattutto, l’imbranatissimo Dan sarà capace di evitare lo scempio, reiterato di settimana in settimana, dell’invito a cena del capo a base di disgustoso pollo alle mandorle?

L'Autore di questo “semi-serial thriller” crea abilmente una miscela esplosiva, che unisce la logica matematica di giallo e noir al nonsense del demenziale puro, mediante l’uso spregiudicato della lingua italiana, stressata e piegata a significati impropri, giochi di parole, boutades e calambour dal gusto graffiante e accattivante.

 

Andrea Fiore, nasce a Catania nel marzo ’63. Studi classici tra testi di poeti e prosatori greci e romani, poi giurisprudenza e lavoro in azienda. Interessi Personali: musica, dagli anni ’70 ai giorni nostri, basket in tutte le sue possibili manifestazioni, scrittura e cinema (preferiti gialli e thriller). Lo attrae e lo diverte il demenziale. Pubblica racconti satirico-demenziali sul suo sito StrudelOne - Demenziale tra Storia e Leggenda http://strudelone.myblog.it e cura insieme ad alcuni amici Strudy & Friends http://strudyfriends.myblog.it. Gestisce, inoltre, due profili personali e un profilo autore su Facebook con più di 5.000 contatti, dove pubblica quotidianamente aforismi e folli commenti alle notizie d’attualità. Nel 2009 ha vinto il premio nazionale “Giri di parole”, indetto da Navarra Editore, con il racconto “Lo stretto indispensabile”, inserito nella collana di racconti “Parto, vieni via con me”. Lo stesso anno ha pubblicato "Storia di morte, ricotta e mascarpone”, il suo primo libro semi-serial thriller.

 

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domenica, 12 febbraio 2012

Due rette parallele diventa un audioracconto!!!

Due rette parallele diventa un divertente audioracconto grazie a Narralibri e alla voce di Chiara Sparacio!


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mercoledì, 25 gennaio 2012

Il calendario StrudelOne 2012!!!

Eccolo qui, finalmente!

Il tanto atteso Calendario StrudelOne 2012!!!

Per la gioia dei collezionisti, di coloro che lo terranno appeso alla parete della stanza e di quelli che lo consulteranno in bagno una tantum al momento del bisogno...

Bacionissimi, Andrea :O) 

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