La forza del sistema – Racconto di Andrea Fiore

tv palloneQuel gran sciupafemmine di Dolby giunse alle porte dello stadio trafellatio.. ehm, trafelato. A causa del gentil sesso, ancora una volta, stava facendo tardi alla partitella tra amici. Il suo telefonino squillava da una decina di minuti, ma non aveva il coraggio di rispondere. Dovevano essere i compagni di gioco che gli comunicavano che mancava solo lui all’appello, come sempre. Riprese il fiato, utilizzando una discreta webcam e chiese degli spogliatoi a un uomo trasandato e malaticcio sulla sessantina che aveva tutta l’aria d’essere l’inserviente.

“Non ne abbiamo più; sono finiti” – rispose il tizio, alternando colpi di tosse a sillabe che sembravano buttate lì per lì alla rinfusa – “Ci sono rimasti solo i rivestitoi, ma devi arrivare nudo per poterli usare”.

“Cazzo, così farò tardi” – esclamò Dolby.

“Non fa nulla se fai tardi” – rispose l’altro caustico – “quel che conta è che hai informato casa e che nessuno stia in pensiero”.

“Non intendevo questo, porca miseria” – sbottò il ragazzo – “E poi non ho nessuno da avvisare, perché sono orfano e sto pure perdendo la pazienza”.

“Ma dove hai la testa, ragazzo? Ti perdi di tutto per strada.. genitori, calma.. se continui così, anche la partita”

“Sti cazzi” – ribatté deciso Dolby, toccandosi da sotto con veemenza – “la partita giammai!”.

“Beccato.. fallo di mano” – commentò l’inserviente, strizzando un occhio -  “Le palle non si toccano con le mani; bene che ti vada è punizione!”

“La prossima volta starò più attento e indosserò i guanti” – fece stizzito il ragazzo – “mi fa entrare ora? Rinuncio allo spogliatoio o rivestitoio o come diavolo si chiama, mi spoglierò lungo la via”.

“Uhm, atti pubici in luoghi osceni.. D’accordo, va pure, ma sappi che te la rischi grossa, ragazzo mio! Oggi c’è una marea di gente”

“Chi vuole che ci sia?!? E’ solo una partitella tra amici” – bofonchiò il giovane. Dopo di che si lanciò a capofitto verso il campo, inciampando ripetute volte tra pantaloni, mutande e calzettoni e, alla fine, lo raggiunse strapieno di talmente tanti bozzi che addirittura sembrava facessero a botte tra di loro per accaparrarsi un quadratino di pelle che fosse rimasta ancora miracolosamente integra.

Una volta a destinazione, constatò con vivo stupore che la partita non era ancora iniziata. A dire il vero neanche il riscaldamento era partito. Qualcuno disse che non era stata pagata la bolletta del gas e che pertanto si sarebbe iniziato a freddo. Ma il freddo non sembrava essere il problema principale. Tutti erano fermi, come pietrificati, a osservare… cosa? Il ragazzo si avvicinò incuriosito e li fissò negli occhi, occhio per occhio, e, visto che era un perfezionista, lo fece anche dente perdente, raccogliendo i canini sparpagliati tra i ciuffi d’erba verde e tralasciando quelli sparpagliati nell’erba di altro colore. Gli astanti (che non sono i portatori sani d’asta) apparivano per plessi, cioè in blocchi di 3 o 4 e ciascun plesso cercava di trovare una soluzione appropriata all’immenso dramma che gli stava di fronte. Il problema era che, a parte il riscaldamento ko, le porte erano chiuse! Il Prefetto aveva infatti disposto che, per motivi di sicurezza, si dovesse giocare così.

“Mi dite come si fa a giocare a calcio a porte chiuse?” – commentò uno dei giocatori – “Noi poi siamo pure in dieci, il nostro portiere è rimasto dentro!”

“Dentro dove?” – chiese Dolby

“La porta. Quando l’han chiusa, s’è buttato dal lato sbagliato ed è rimasto ingabbiato”.

“Ne avessero lasciata aperta almeno una, ora potremmo giocare a porta romana” – si lamentò un altro dalle retrovie.

“Tra l’altro, con le porte chiuse non si respira neanche bene!!!” – proseguì un altro ancora.

“Non riesco a capire il perché di queste stupide ragioni di sicurezza” – chiese Dolby – “le nostre partite di calcio sono sempre state ordinatissime, i tifosi non hanno mai creato problemi, anche perché non ne abbiamo mai avuti di tifosi. A nessuno importa niente del nostro calcio e… – si voltò veloce intorno – “… e tutta questa gente sugli spalti, chi é?!?”

“Già, amico mio” – lo interruppe uno dei giocatori – “anche le nostre partitelle sono diventate importanti e seguitissime da quando le pay tv hanno comprato i diritti”

“I diritti?!?”

“Sì, oltre ai diritti dei campionati di calcio nazionali,  europei, internazionali di club, sudamericani, giapponesi e nordcoreani, e ovviamente dei mondiali, le pay tv hanno comprato anche le partitelle dei campionati regionali, provinciali, comunali, di frazione, contrada, borghetto, comunità montana, dei dopolavoro, dei condomini e degli oratori festivi”

“Pure degli… oratori festivi?”

“Sì, anche quelli, con buona pace dei preti che hanno ceduto l’esclusiva in cambio dell’impegno a inserire Adeste fideles come sigla d’apertura e chiusura delle trasmissioni!”

“Scendo dalle stelle.. ma che diamine dico: cado dalle nuvole!” – commentò confuso Dolby – “Perché tutto questo, a chi piace?”

“Allo spettatore medio” – rispose l’altro – “adora tutto quello che è palla in movimento. Non stacca gli occhi dallo schermo e se lo si lascia un solo istante senza partite, va seduta stante in crisi isterica d’astinenza. Uno così non lo puoi mai lasciare solo, perché, se si ferma a pensare, ricorda che non ha lavoro, che non sa come sbarcare il lunario, che è governato da una classe politica corrotta, che c’è la fame nel mondo, che la guerra divampa, che il mondo sta morendo soffocato dall’inquinamento. Gli sforni il calcio e gli fa effetto paracetamolo, sia esso di qualità o no. Tanto ormai non s’accorge più delle differenze. Ciò che conta è che la palla rimbalzi, non importa chi e dove la fa rimbalzare…” 

“D’accordo, anche la nostra partita, a questo punto, è divenuta interessante da casa e nello stadio, ma perché pure pericolosa?”

“Considera che siamo finiti nel giro delle scommesse. Squadra nuova, senza trend storico. La gente scommette e vuole sapere come va a finire. C’è chi ci crede e dice che vinceremo, chi invece che ci faranno neri e chi, infine, sostiene che non si giocherà per motivi di ordine pubblico e tutte e tre le fazioni fanno a cazzotti tra loro. Per ora sembrano avere la meglio i sostenitori del ‘non si gioca’”.

“E tutto questo per noi e le nostre insignificanti partitelle di calcio tra amici” – chiosò mesto Dolby.

“E’ il sistema. Diviene importante non ciò che vale, ma ciò che qualcuno decide che debba divenirlo” – annuì l’altro.”

“Per oggi credo di averne abbastanza” – concluse Dolby – “torno alle mie donne, quelle non mi abbandoneranno mai”.

Ma proprio mentre stava per chinarsi a riprendere il borsone, invasero il campo una decina di ragazze accigliate e gli spalancarono giusto a un palmo dal naso un enorme striscione con su scritto <<Se molli ti mollo!!!>>. Una di loro, che doveva essere stata eletta portavoce e sembrava la più agguerrita, gli si avvicinò minacciosa e, puntandogli contro l’indice, lo apostrofò aspramente  – “Eh no, caro, noi ti abbuoniamo tutto, le promesse da marinaio, i subdoli sotterfugi, persino le corna, ma tu ora giochi!”

“Ma.. ma..” – balbettò il ragazzo incredulo – “mancano le porte…”.

La donna riprese e completò il pensiero – “La partita si giocherà, Dolby. Se poi mancano le porte è pure meglio, perché noi abbiamo scommesso tutte sullo zero a zero!!!”    

4325468f8e76c23256148d9e8a33e2de
Share via email

Pausa pranzo – Racconto estemporaneamente folle di Andrea Fiore

panchinaScatta il mio quarto d’ora di pausa pranzo. E’ poco, ma me lo faccio bastare. Faccio le scale con calma, metto la testa fuori e.. il tempo è bello, oggi il sole riscalda parecchio. Mangerò il mio sandwich al parco. Laggiù scorgo una panchina libera; che culo. Allungo il passo e ne prendo possesso tronfio; è come se ci avessi piantato la bandierina dell’allunaggio: adesso è mia! Seduto comodamente vedo la gente passare, mi piace osservare. La gente va di fretta. Che ci avrà ad andare così di fretta. Sembrano tutti avere qualcosa d’impellente da sbrigare. Ma quanti ne sono? Poi dicono che da noi si sta male, che in Italia si lavora troppo, che non c’è tempo per respirare. Ma chi lavora se tutta ‘sta gente è qui in giro come biglie impazzite? Quel tizio lì non mi sembra stia lavorando e neanche quell’altro. Starà sì e no lavorando il 30%, dai, facciamo il 40 di queste trottole. Quel 30 o 40 avranno pure diritto ad avere fretta; ma gli altri? Eppure anche loro sembra che abbiano fretta. Saranno portatori di ghiaccio. Una nuova patologia. Un uomo tranquillo viene colpito accidentalmente da un virus o un batterio sconosciuto alla scienza e subito smania per procurarsi una lastra di ghiaccio e da lì iniziano i problemi. Il parallelepipidone di ghiaccio rischia di sciogliersi se non lo trasporti di corsa. Il punto è: dove? Dove portarlo? L’uomo non lo sa. Sa solo che deve portarlo da qualche parte, ma non dove. Può forse immaginarlo, come un flash che gli trapassa la mente, ma non ha certezze. Potrebbe anche chiedersi: perché lo trasporto e che conseguenze ci sarebbero se lo lasciassi sciogliere, ma già non riesce a darsi una risposta al primo quesito, figurarsi a questi altri. Del resto, se sapesse rispondersi non sarebbe malato; sarebbe sano o, al massimo, un portatore sano di ghiaccio. Toh, finalmente un tizio che va lento; che strano, è smarrito, sembra fuori luogo. Sembra che dica scusate, perdonatemi, ho sbagliato fumetto; sapete dov’è la mia striscia? E’ quella che scorre più lenta, la gente non viene mossa, ma ben delineata, definita che sembra un affresco! Si starà chiedendo: cooosa ci faccio quiiii, in questo bordelloooo? Rischio d’essere arrotato da un pedone. Tranquillo ciccio, il pedone non può arrotarti; non ha le ruote; al massimo ti asscarpa o ti acciabatta e non dovrebbe essere nemmeno tanto doloroso, solo un po’ fastidioso, al limite qualche livido che passa, guaribile in un paio di giorni. Mi giro di scatto, un piccione attira la mia attenzione. Mi si posa accanto, sembra leggere i miei pensieri, sembra cogliere la mia perplessità nell’osservare questo mondo di genti folli che s’arrabattano. E’ un Im..piccione! Sorrido tra me e me e decido d’ignorarlo; preferisco interrogarmi ancora sui matti che corrono. Che cosa cercano? Oro, Argento, Mirra? Passi per l’uno e magari per l’atro, ma cosa la cercano a fare la mirra se manco sanno cosa cazzo sia, come si usi? Si mangia, s’indossa, si sniffa? Esiste un libretto d’istruzioni per la mirra? Una manutenzione programmata? Una lavanda gastrica se esageri? Insomma, esiste un bugiardino? “Bugiardino, piccolo monello bugiardino” gli urlano contro. Eccone uno, tondo tondo e col ciuffettone maldestro che viene a gambe spiegate nella mia direzione! Odio quei piccoli rompicoglioni. Fanno i capricci, strillano, ti dicono che s’annoiano, che vorrebbero ancora giocare, che vogliono la merendina e si sporcano da capo a piedi e poi sparano cazzate grosse, grosse.. grossissime e la mamma o la nonna li rimbrotta, dicendogli con una vocina piccina picciò, tra l’amorevole e il ruffiano andante, “bugiardino che non sei altro”. Ma bugiardino cosa? bugiardino un bel piffero! Piccolo mostriciattolo, rompiballe patentato, schedato dalle polizie di mezzo mondo come scassacazzi e protetto da tutte le associazioni salvafanciulli che fanno di te praticamente un paria e un carnefice nei confronti di un povero sfigato che come me cerca un attimo di pace temporaneamente fuori dalle quattro mura di un ufficio letale! Io sono la vittima, la vera, inconfutabile, incontrovertibile vittima che deve sorbirti qui, a quest’ora, dallo spazio angusto di una panchinetta senza poterti dire basta, neanche un piccolo vaffanculo. Lei è la mamma? E’ la nonna? Tento un approccio propedeutico a consigliare vivamente la somministrazione al piccolo di una massiccia dose di bromuro formato biberon con ciuccio extra-comfort per almeno i dieci anni a venire. No, non sono la mamma; no, non sono la nonna. Chi cacchio sei allora, brutta megera che porti al parco il piccolo criminale che mi si affeziona pure e non mi si stacca più di dosso, proprio come un rognosissimo gatto nero sui coglioni? Forse la baby sitter? O meglio, setter? Quel bimbo non è un umano, ma un cucciolo di cane rabbioso. Oppure setter sta per setta? La setta segreta cui appartiene lo gnomo perverso che ora mi guarda compiaciuto? Che fa? Accenna un sorriso e.. e..  mi sgancia un rigurgito sui pantaloni appena smacchiati! Che schifo!!! E tu cos’altro sei, da dove sbuchi fuori, stranissimo essere peloso di color grigiastro smorto, tendenzialmente a quattro zampe o forse cinque? No quella cosa che ruota vorticosamente non è una zampa, ma una coda-ventilatore, perverso marchingegno che mette in circolo in un sol colpo una spietata mistura di microbi, peli e peti.. puah! L’essere avverte l’odore del rigurgito infantile, mi si avvicina minacciosamente, si attacca ai pantaloni, ruota pericolosamente su se stesso e.. cazzo no! Questo no, non sono un palo. Non ci assomiglio per niente, non rapino le banche, non ci entro nemmeno; ho l’home banking, io; faccio tutto dal web! Ma come si fa a confondermi, stupido teletubbie?!? Arriva la padrona. Gliene dico quattro, forse otto, no otto non bastano! Guardi che ha combinato il suo cane incontinente!!! Mi scusi, sono frastornata, non so cosa fare, non so come fare, non so.. Quante cose non sa? E’ una vera ignorante. E’ libero? Che domanda è mai questa? No che non lo sono, sono impegnatissimo, lavoro io, sa? Mi sono fermato solo un quarto d’ora per la pausa pranzo. Non lei, il sedile; chiedevo se è libero il sedile, la panca. Vuol dire quel che rimane tra vomito e piscio della panca? Sì; direi che è libero. Arriva anche il mio ragazzo; dobbiamo entrarci in tre. Cos’è una scommessa, penso tra me e me. Come quelle che si facevano decenni orsono. Ricordo certe foto di vagonate di gente che s’accalcava nelle renault Diane. La mente umana è davvero strana. Un centinaio di stronzi in apnea su di un trabiccolo traballante che tentano di dimostrare che si può entrare in tanti nell’angusto abitacolo. Saranno riusciti poi a venirne fuori? E’ questa la vera domanda cui saper rispondere. Per me potrebbero stare ancora tutti lì, belli e sepolti, felicemente ammuffiti tra le lamiere della scatola a rotelle a interrogarsi ancora su come sciogliere i nodi. Ecco, me lo sentivo, i due si siedono e s’allargano. Lui poi sta pure con le gambe aperte; le cosce letteralmente spalancate. Ma che ci avrà lì in mezzo?!? A Rocco Siffredi de noantri, componiti; facessero tutti come te, dovremmo allargare i parchi. Continua a stare largo, ‘sto stronzo; s’allarga ancora di più, a vista d’occhio: un’ameba! Il parco gli va decisamente stretto! M’infastidisce. Sarà il suo stile di vita, una filosofia della postura, oppure è il suo karma, che lo fa condanna a cosce aperte, perché nelle tre vite precedenti andava a chiappe strette tra anfratti angusti! Karma, molta karma, ecco quel che ci vuole, mentre mi si riduce a presa rapida lo spazio in quella che fino a qualche istante prima era la MIA panchina. Lei, lui e il perfido cane, una continua incontenibile espansione!!! Forse preferivo l’enfant prodige vomitone di prima; già lo rimpiango! Parlano ininterrottamente, non respirano, è come se avessero delle piccole branchie laterali montate sotto le ascelle da cui prendono ossigeno… E’ stato stupendo incontrarti. Sì, la cosa più bella che potesse accaderci. Una pura casualità e i nostri destini si sono incrociati. Due perfetti sconosciuti e ora io, tu e il nostro cane, anche lui trovato per caso, povero, abbandonato, lacrimante in mezzo a una via. Forse c’eravamo dati appuntamento da un altro mondo, forse da una vita parallela, forse… E io mi chiedo tra me e me, mentre scarto nervosamente il mio sandwich: ma con tutti ‘sti universi paralleli, giusto nel mio dovevano susseguirsi tutte ‘ste cazzo di casualità?!? Ora si baciano, mentre lei gratta insistentemente (e credo anche senza che le sia richiesto) il groppone al cane e chissà quante zecche staranno balzando sul mio tramezzino come naufraghi che s’aggrappano all’ultima speranza d’una scialuppa di salvataggio. Poi i due innamorati decidono d’appartarsi e m’affidano il cane. Il cane è timido, non è abituato a stare con gli estranei. Ma chi vi dice di affidarmelo?!? Io sono un estraneo, un perfetto estraneo; quasi un nemico! Non potete affidarmelo. Nemmeno io mi fiderei, potete credermi. Ma no che non lo è un estraneo;  non lo è più. Abbiamo condiviso una panchina e lei ormai è dei nostri e poi se Piscio ha ancora paura, al massimo.. mi piscia addosso! Lo sta facendo senza ritegno. Di nuovo! Ma che gli danno da bere, la Fiuggi?!? Chiaro che lo chiamano Piscio.. mai nome fu più appropriato.. non ce lo vedevo con un nome tipo Impedimento o Calcolo. Piscio è la sua morte, almeno spero.. Porca miseria, l’orologio; che ora s’è fatta? Game Over. Via il sandwich; m’è passata la fame! Però devo ammettere che sono stati quindici minuti vissuti intensamente e di certo non ho pensato al lavoro. Non so com’è, ma mi sento pure stranamente rilassato. ‘Sto cazzo di cane lo lascio legato qui, alla panchina, che tanto si fa compagnia da solo pisciando. Vedrai, bello mio, che il tempo ti passa di getto! Io me ne torno in ufficio. Che dire? M’è venuta voglia di rientrare… sarà grave?!?  

b4f3e3bd0e24274b150d6d30fc1004c2
Share via email

Il segno di Ozono – ep 6: La resa dei conti

[Le puntate precedenti le trovi sulla colonna destra alla sezione “StrudyRacconti a puntate”]

ozono5San Bernardo, il fido servitore cieco sordo muto di Ozono, in versione salvatore a quattro zampe borracciato,  stava acquattato dietro la finestra pronto a intervenire, mentre i banditi schernivano in tutti i modi possibili e inimmaginabili il malcapitato uomo mascherato e se lo verniciavano, scartavetravano e riverniciavano ripetutamente a loro gusto e piacimento. Ozono era ormai allo stremo delle forze e anche il destriero Ambipur sembrava prendergli le distanze, concedendosi di tanto in tanto a suo danno uno spruzzetto distratto con una bomboletta spray fucsia che si era procurata lì per lì per smorzare i toni di quell’incresciosa situazione.

“Che fai, razza d’imbecille ferrato” – gli urlò contro il supereroe – “adesso anche tu mi spruzzi contro?!?”

“Lo faccio per mimetizzarmi, Oz” – rispose il quadrupede strizzandogli l’occhio – “se scoprono che sto dalla tua parte, siamo spacciati”

“Ma io lo sono già spacciato!!!” – replicò il mascherato.

“Infatti, ho detto ‘siamo’, non ‘sei’. Se scoprono che sto con te, lo siamo entrambi e non mi sembra il caso di incrementare senza motivo il numero dei morti ammazzati..”.

Bernardo intanto se ne stava ancora alla finestra come pietrificato ad attendere il momento buono per attaccare, mormorando tra sé e sé: “Questo no.. questo direi ancora di no.. questo pure.. questo non mi va.. questo passo.. forse il momento.. ehm.. dopo?”

“Cazzo” – sbraitò Ozono, temporaneamente di tonalità blu cobalto con striature giallo ocra – “mi sono giocato il jolly per essere salvato all’istante e tutto quello che mi ronza intorno è un miserabile cavallo che mi pugnala alle spalle come Bruto e un servitore travestito da cane che aspetta a quattro zampe di cogliere l’attimo fuggente per intervenire?!?”

“Non ci sono più i bei jolly di una volta, eh amico?” – lo stuzzicò tronfio il capo dei bombolettari. Poi, voltandosi verso i suoi li redarguì – “Insomma ragazzi, un po’ di civiltà per favore. Moderiamo i toni. Da questo momento usiamo solo gli spray coi colori pastello”.  

“Sì, mi piacciono i colori pastello” – annuì felice Ambipur.

“Me la pagherai cara gran ruffiano di un cavallo di troia” – gli sbraitò contro inferocito il mascherato.

“Ma, Oz, guarda che i colori pastello ti donano. E poi, cos’era tutto quel nero addosso. Il nero porta sfiga; dovevo starmene giornate intere a toccarmi! Che poi, sai quant’è difficile per un cavallo toccarsi le palle e nel contempo andare al galoppo?!?”.

A un tratto però quando tutto sembrava perduto, accade qualcosa di prodigioso. Bernardo, intrecciò lentamente con una pinza due fili elettrici che gli fuoriuscivano dalla tasca della giacca e che dovevano essersi spezzati e, come per incantò, subito dopo sembrò rianimarsi. Aveva come un bagliore tutt’intorno, come un’aureola che lo faceva assomigliare a un santo o, piuttosto, a un vendicatore dei fumetti dei supereroi. Grande, aveva riallacciato i cavi! E ora sembrava vederci e sentirci.

“Bernardo, sono quiiiiii!!!” – strillò concitato Oz.

Bernardo scosse il capo e si girò in direzione del mascherato, segno che l’impressione di Ozono era stata corretta. Ora l’uomo, grazie al filo riparato, ci sentiva e ci vedeva e forse riusciva anche a parlare. Il fido servitore, però, fece di più del semplice parlare. Miracolo tra i miracoli, spalancò la bocca e cantò.. “Eeeeeee.. l’acquaragia e l’acquaragia.. la danza de lo smacchiator.. e l’acquaragia e l’acquaragia.. fa passare ogni color”. E mentre intonava con voce stridula e stonata il terribile motivetto, si riversarono fiumi d’acquaragia per ogni dove nella stanza. Pochi istanti dopo, il bianco limpido e accecante regnava sovrano nel covo dei pirati, che travolti dall’onda anomala giacevano a terra storditi e bianchi in volto (per forza di cose).

“Ottimo lavoro, bella lavanderina.. ehm.. Bernardo!” – gridò soddisfatto Oz mentre legava ben bene i malfattori, profittando del loro disorientamento.

“Non è nulla capo” – rispose l’altro gongolante – “mi creda, l’ho fatto di getto..”

“Adesso però corri all’ufficio dello sceriffo e ovviamente non parlare di me. Dì soltanto che un anonimo mascherato e il suo fido aiutante gli servono su di un piatto dorato la banda dei temibili bombolettari, che hanno finito di terrorizzare il circondario con le loro infestanti spruzzate gassose. Il loro ultimo atto: la verniciatura a secco di un povero cavallo indifeso..”

“Ma, padrone, il cavallo Ambipur è solo svenuto, non è verniciato..” – obiettò Bernardo.

“Fidati e vai pure. Anche se ora non riesci a vederlo, ti assicuro che, quando tornerai coi gendarmi, vedrai che scempio che ne hanno fatto!”

Quando Bernardo svanì lesto alla volta dello sceriffo, l’uomo mascherato e il suo cavallo rimasero soli e.. sssssssppppprrrrruuuuuuzzzzzzzzz!!!!!!!

 F I N E

5ffe816b5aa2ad317c3ca8d18a861aa2
Share via email

Il segno di Ozono – ep 5: Vi farò neri!

[Le puntate precedenti le trovi sulla colonna destra alla sezione “StrudyRacconti a puntate”]

 

zorro, spada, maschera, bernardo, diego de la vega, ozono, gas, spray, ambiente, risate, comico, demenziale, satira“Ma guardali a spruzzarsi addosso gas altamente nocivi” – commentò Ozono infastidito – “se la godono come cucciolotti innocenti”.

 

“A un’osservazione superficiale, non mi sembrano tanto nocivi” – constatò il fido cavallo Ambipur.

 

“Ma se si stanno schizzando di tutto?!?” – ribatté l’uomo mascherato, puntandogli l’indice contro come per ammonirlo.

 

“Non di tutto. Si tratta di volgarissimi e innocui spray nasali che di certo non fanno buchi in cielo, né in terra, né in alcun luogo, né nel breve, né nel medio e neanche nel lungo periodo”.

 

“Da dove lo arguisci, ciuco di un cavallo?”

 

“Non senti che parlano col naso?” – constatò il quadrupede con aria di svagata sufficienza – “avranno il naso congestionato e, spruzzandoseli, si curano e giocano pure, intelligenti, no?”.

 

“Che bello, vien quasi di unirsi a loro in questo incontro così solenne di altissime menti”

 

“Perché no?” – annuì l’equino tirando col naso – “Ci ho pure le narici che mi prudono..”

 

“Ma bene, bene. Ora simpatizziamo coi malviventi!” – obiettò Ozono sgranando tanto d’occhi – “dovevo aspettarmelo da uno come te. Un misero e insignificante cavalluccio a dondolo, ecco cosa sei. E ondeggi di qua o di là a seconda di come ti conviene!”

 

“Già!” – confermò secco il cavallo. Poi, compiendo un inaspettato movimento del groppone, disarcionò lesto il tronfio cavaliere e completò orgoglioso – “Hai proprio ragione Ozo, sono un dondolo e ondeggio. E sai una cosa? Sculetto pure e se mi concentro e mi sforzo un tantino..”

 

“Nooooo” – strillò Ozono, venutosi a trovare pericolosamente faccia a.. faccia (o meglio tu per tu..ono) col portentoso deretano del fido ambidestriero. Bastò però quel piccolo urletto, sebbene subito soffocato, per attirare l’attenzione della banda di malfattori, che si catapultarono disordinatamente in men che non si dica in direzione del rumore.

 

“Ehm” – fiatò appena Ozono, venutosi a trovare pericolosamente al punto d’incrocio di parecchie decine di brutti musi – “non potreste spostare queste bombolette? Mi sento puntati gli Oki addosso”.

 

“E questi chi cazzo sono?” – s’interrogo grugnendo il più losco dei figuri, che probabilmente doveva essere il capo.

 

“Credo che quello a quattro zampe sia il cavallo”

 

“E l’altro?”

 

“Sarà un’evoluzione della specie”

 

“O piuttosto un’involuzione?”

 

[- ’Involuzione’? Ma si è mai sentito un malvivente degli inizi del secolo diciannovesimo parlare con un linguaggio così ricercato?

- Ti sei dato la risposta da solo, amico: il linguaggio è “ricercato” e quindi sta benissimo in bocca a un fuorilegge!!!]

 

“E perché è vestito in modo così ridicolo” – proseguì il brutto ceffo.

 

“Praticamente un cesso tinteggiato di nero!”

 

“Io terrei il cavallo” – propose un omaccione adiposo dalla barba nera e ispida.

 

“Che culo, mi salvo!” – mormorò tra sé e sé il quadrupede.

 

“Ma sì, teniamolo; ci vengono fuori un bel po’ di bistecche e polpette”.

 

Ambipur si senti scivolare via lentamente dagli zoccoli, fin quasi a spalmarsi flaccido sul pavimento..

 

“L’altro invece.. direi che possiamo.. mmmm.. non so voi, ma io non resisto.. è troppo buffo.. se lo merita proprio!”

 

Solo pochi attimi e un sibilo inquietante s’impadronì della scena. I malviventi avevano riposto gli oki nelle tasche e preso a spruzzare alla cieca (ovviamente) vernice altamente tossica. E in men che non si dica, Ozono divenne variopinto.

 

“Coff.. coff” – sbraitò l’uomo mascherato fuori di sé – “brutti bastardi non la passerete liscia. Vi farò neri!”.

 

“Certo amico” – commentò sornione uno di loro – “per l’intanto siamo noi che abbiamo colorato te..”

 

A quel punto Ambipur, sebbene il suo futuro non si palesasse affatto sereno all’orizzonte, non poté fare a meno di trattenere le risate  e prese a sganasciarsi con le lacrime agli occhi, mentre il suo eroe veniva deriso dalla banda e chiamato Coooooocoritoooo..Cooooocoritoooo. Ora potevano pure sdraiarlo su di un infuocato barbecue sotto forma di succulente fettine o nodi di salsiccia; la visione di quel coglione che si dimenava verniciato di tutto punto lo faceva ripagava ampiamente di tutto!.

 

Proprio un tragico epilogo per il nostro eroe biologicamente correct, mascherato con prodotti di riciclo e strenuo tutore della natura. Vacillava sotto i colpi d’un mucchietto di bastardelli teppisti con manie imbrattatorie; il tutto (cosa assai peggiore) sotto gli occhi divertiti del suo infido socio equino. Solo il miracolo di un santo poteva ormai salvare l’Ozono in versione technicolor. E fu allora che il mascherato decise di rigiocarsi il jolly e prese a pregare e invocare l’aiuto del suo santo protettore: San Bernardo!

 

“San Bernardo, vienimi in aiuto! Ti prego, santo miracolosissimo, sono spacciato!”

 

“E’ proprio andato” – disse Ambi, inarcando perplesso un sopracciglio – “ora crede pure d’essere una droga”. Poi, mosso a compassione, gli si avvicinò lentamente per dargli un consiglio all’orecchio – “brutto bestione, lo sai che il tuo fido servitore e ciecosordomuto; che cazzo gli gridi a fare?!?”

 

“Giusto, fetida bestiaccia; per una volta devo dire che hai ragione. Vorrà dire che gli urlerò in braille”

 

L’urlo braille funzionò egregiamente e qualche istante dopo saltò dentro la stanza da una delle finestre un uomo silenzioso a quattro zampe con una borraccetta al collo: San Bernardo!  [to be continued!!!]! 

3b185701df91dc18bf04e77f975c941b
Share via email

Love Forever – Racconto di Andrea Fiore

 

amore,coppia,vita di coppia,nozze,matrimonio,comico,racconto,risate,gelosia,andrea fiore,scrittori

Lei gli si avvicinò a un orecchio e sussurrò con tono aggraziato ma con un velo di minaccia: “Dai Matteo, non rovinare tutto”

Matteo si girò di scatto infastidito dall’altra parte e borbottò: “Adesso sarei io a rovinare le cose? Ma falla finita, Gaia. Ti ho vista bene sai? Non pensare che non mi sia accorto!”

“Ma, sei proprio andato fuori di melone, Matteo?” – incalzò lei spazientita avvicinandosi all’altro fin quasi a sfiorargli la punta del naso – “non c’è niente con lui, niente con l’altro, niente con tutti gli altri, niente di niente di niente con nessuno, ok?!? Ti è tutto chiaro? Tu piuttosto…”

“Ah, ecco che ci risiamo” – sbuffò Matteo, arretrando di un paio di passi – “Del resto, lo sanno tutti, la miglior difesa è l’attacco”.

“Io non attacco nessuno, mio caro” – ribatté prontamente Gaia, inarcando pericolosamente la schiena come solo sa fare un gatto nero quand’é sul punto di graffiare – “Sei stato tu poc’anzi a iniziare. A criticare come mi vesto. E i tacchi sono troppo alti, la gonna troppo corta, il trucco eccessivamente acceso, i capelli troppo gonfi, il reggiseno troppo provocante… ma fammi il piacere!”

“Ti sei appena descritta perfettamente” – chiosò lui con tono sarcastico, poi si diresse verso una bottiglia di liquore e versandosi nervosamente da bere, proseguì – “Ma ti sei vista bene? Ma che dico? Certo che ti sei vista benissimo. Ti sarai girata e rigirata davanti allo specchio, avrai fatto prove, controprove e riprove del nove. Ti sarai cambiata e ricambiata migliaia di volte per trovare il look giusto, quello adatto per adescare quel tizio. Che vuoi farci mia cara: sono furbo io. Il tuo abbigliamento ti inchioda: ti ho beccata col sorcio in bocca, eh?”

“Che schifo, il sorcio… in bocca… puah… ma che razza di linguaggio usi?” – lo riprese schifata lei, mentre si ritraeva in un angolo della stanza.

“Lo so… preferiresti altro” – rise lui sornione, bevendo di gusto l’ultimo sorso d’alcol dal bicchiere.

“Uno scaricatore di porto, ecco cosa sei. Anzi molto peggio” – urlò Gaia sbattendo la borsetta sul tavolo. Mettitelo bene in testa: io non adesco nessuno. Questo è solo il mio modo di vestire e di essere e poi… queste mise provocanti mi risulta che ti piacciano… nelle altre”.

“Ecco che riattacchi, Gaia. Io non le guardo le altre; non le tratto!”

“Già non le tratti: a meno di una; la stronzetta che ti si strusciava addosso come un cerotto alla festa di Vittorio. Quella sì che l’hai trattata, non negarlo”

“Ma è una storia vecchia” – obiettò lui sgranando gli occhi – “non puoi startene sempre lì a rivangare tu e la tua linguaccia a forma di zappetta”.

“Una vecchia storia, eh?” – ripeté convulsamente lei. E fu come se avesse assunto all’istante le forme minacciose di un temibile lottatore ninja – “Una vecchia storia ha forse meno valore perché è passato del tempo? Cos’è, ora le corna vanno in prescrizione?”.

“Ma no, lo sai che non è così” – rispose Matteo allibito – “certo che no; qui non si prescrive un bel niente, men che meno le corna. Il punto è che le corna non ci sono state. Sono una tua invenzione, né più né meno che il frutto perverso della tua immonda fantasia. Tutto qui. Quella donna si strusciava perché eravamo in quattro su un divano biposto. Stavamo stretti. E poi, vuoi dirmi come avremmo fatto a consumare in simili condizioni di fronte a tutta quella platea”.

“Non lì. Per certe cose il tempo si trova e a te dopo tutto ne è sempre servito poco” – lo incalzò la donna quasi come a volergli infliggere il colpo di grazia – “Magari vi siete visti il giorno dopo. Ora che ricordo, ti sei messo stranamente in ghingheri il giorno dopo. Hai indossato un pantalone stirato di fresco, una camicia di seta pura e, a pensarci bene, ti sei cambiato pure le mutande”

“Perché, le mutande al mattino non si cambiano dopo la doccia? – sbraitò l’altro indignato – “Ora mi dirai che, oltre che adulterio, fai pure peccato o addirittura commetti reato se le lasci tutte sole nella cesta della biancheria sporca e che c’é pure un’associazione contro l’abbandono delle mutande unte e bisunte che potrebbe ancora denunciarmi. O è già intervenuta la putrefazione… ehm, prescrizione?”.

“Smettila di fare lo spiritoso, Matteo. Sai bene che sono gelosissima e  che se sapessi che qualcuna ti ha messo le mani addosso…”

“Saresti pronta a mettermi le tue di mani addosso” – completò lui con una leggera smorfia sulle labbra – “ovviamente in un senso tutt’altro che erotico”. 

“Tu con quella ci sei stato. Magari continui ancora a vederla” – tagliò corto Gaia puntandogli contro minacciosa l’indice.

“E tu con quello vorresti starci e chissà che non ti veda pure con altri” – contraccambiò lui contrapponendo il suo di indice a quello di lei con la stessa vis bellica.

“Tu sei matto e io sono stufa di te” – ruggì Gaia con occhi di fuoco – “sai che ti dico? Che forse farei bene ad usare il mio look trasgressivo per cambiare menage. Chissà che non lo trovi davvero un’amante infuocato, giustappunto come quello che tu temi tanto e che per ora è solo nella tua mente malata!”

“In tal caso, dovrei subito dare un colpo di telefono, e non solo di quello, alla donna che giaceva strusciandosi accanto a me sul morbido sofà alla festa di Vittorio e che ho desiderato tanto da spingermi al punto del non ritorno di cambiarmi le mutande!”

“Tu non farai niente di tutto questo!” – strillò lei afferrandolo per il bavero della giacca – “Piuttosto chiudo a chiave il cassetto della biancheria intima e ti schiaffo al polso un rilevatore satellitare”.

“Si vive bene anche senza mutande, mia cara”

“Se per questo, anche senza reggiseno. Già collaudato”

“Tu… tu avresti tolto il reggiseno? Quando, con chi, davanti a chi?!?”

 

Da quel punto in poi fu solo confusione, ma dall’indicibile caos emersero ben presto, come fossero scolpite nella roccia, alcune innegabili certezze. Uno: quegli esseri temibilmente contrapposti in realtà si amavano da matti; due: si stava squagliando davanti agli occhi increduli di noi figli e nipoti una stupenda torta gelato per le nozze di diamante di quei due esaltati; tre, ma non meno importante, che l’amore vero e le sue inimmaginabili manifestazioni, inclusa la folle gelosia, non hanno età! 

da6be496e3d6aa65f089d88366bbde3b
Share via email