La forza del sistema – Racconto di Andrea Fiore

tv palloneQuel gran sciupafemmine di Dolby giunse alle porte dello stadio trafellatio.. ehm, trafelato. A causa del gentil sesso, ancora una volta, stava facendo tardi alla partitella tra amici. Il suo telefonino squillava da una decina di minuti, ma non aveva il coraggio di rispondere. Dovevano essere i compagni di gioco che gli comunicavano che mancava solo lui all’appello, come sempre. Riprese il fiato, utilizzando una discreta webcam e chiese degli spogliatoi a un uomo trasandato e malaticcio sulla sessantina che aveva tutta l’aria d’essere l’inserviente.

“Non ne abbiamo più; sono finiti” – rispose il tizio, alternando colpi di tosse a sillabe che sembravano buttate lì per lì alla rinfusa – “Ci sono rimasti solo i rivestitoi, ma devi arrivare nudo per poterli usare”.

“Cazzo, così farò tardi” – esclamò Dolby.

“Non fa nulla se fai tardi” – rispose l’altro caustico – “quel che conta è che hai informato casa e che nessuno stia in pensiero”.

“Non intendevo questo, porca miseria” – sbottò il ragazzo – “E poi non ho nessuno da avvisare, perché sono orfano e sto pure perdendo la pazienza”.

“Ma dove hai la testa, ragazzo? Ti perdi di tutto per strada.. genitori, calma.. se continui così, anche la partita”

“Sti cazzi” – ribatté deciso Dolby, toccandosi da sotto con veemenza – “la partita giammai!”.

“Beccato.. fallo di mano” – commentò l’inserviente, strizzando un occhio -  “Le palle non si toccano con le mani; bene che ti vada è punizione!”

“La prossima volta starò più attento e indosserò i guanti” – fece stizzito il ragazzo – “mi fa entrare ora? Rinuncio allo spogliatoio o rivestitoio o come diavolo si chiama, mi spoglierò lungo la via”.

“Uhm, atti pubici in luoghi osceni.. D’accordo, va pure, ma sappi che te la rischi grossa, ragazzo mio! Oggi c’è una marea di gente”

“Chi vuole che ci sia?!? E’ solo una partitella tra amici” – bofonchiò il giovane. Dopo di che si lanciò a capofitto verso il campo, inciampando ripetute volte tra pantaloni, mutande e calzettoni e, alla fine, lo raggiunse strapieno di talmente tanti bozzi che addirittura sembrava facessero a botte tra di loro per accaparrarsi un quadratino di pelle che fosse rimasta ancora miracolosamente integra.

Una volta a destinazione, constatò con vivo stupore che la partita non era ancora iniziata. A dire il vero neanche il riscaldamento era partito. Qualcuno disse che non era stata pagata la bolletta del gas e che pertanto si sarebbe iniziato a freddo. Ma il freddo non sembrava essere il problema principale. Tutti erano fermi, come pietrificati, a osservare… cosa? Il ragazzo si avvicinò incuriosito e li fissò negli occhi, occhio per occhio, e, visto che era un perfezionista, lo fece anche dente perdente, raccogliendo i canini sparpagliati tra i ciuffi d’erba verde e tralasciando quelli sparpagliati nell’erba di altro colore. Gli astanti (che non sono i portatori sani d’asta) apparivano per plessi, cioè in blocchi di 3 o 4 e ciascun plesso cercava di trovare una soluzione appropriata all’immenso dramma che gli stava di fronte. Il problema era che, a parte il riscaldamento ko, le porte erano chiuse! Il Prefetto aveva infatti disposto che, per motivi di sicurezza, si dovesse giocare così.

“Mi dite come si fa a giocare a calcio a porte chiuse?” – commentò uno dei giocatori – “Noi poi siamo pure in dieci, il nostro portiere è rimasto dentro!”

“Dentro dove?” – chiese Dolby

“La porta. Quando l’han chiusa, s’è buttato dal lato sbagliato ed è rimasto ingabbiato”.

“Ne avessero lasciata aperta almeno una, ora potremmo giocare a porta romana” – si lamentò un altro dalle retrovie.

“Tra l’altro, con le porte chiuse non si respira neanche bene!!!” – proseguì un altro ancora.

“Non riesco a capire il perché di queste stupide ragioni di sicurezza” – chiese Dolby – “le nostre partite di calcio sono sempre state ordinatissime, i tifosi non hanno mai creato problemi, anche perché non ne abbiamo mai avuti di tifosi. A nessuno importa niente del nostro calcio e… – si voltò veloce intorno – “… e tutta questa gente sugli spalti, chi é?!?”

“Già, amico mio” – lo interruppe uno dei giocatori – “anche le nostre partitelle sono diventate importanti e seguitissime da quando le pay tv hanno comprato i diritti”

“I diritti?!?”

“Sì, oltre ai diritti dei campionati di calcio nazionali,  europei, internazionali di club, sudamericani, giapponesi e nordcoreani, e ovviamente dei mondiali, le pay tv hanno comprato anche le partitelle dei campionati regionali, provinciali, comunali, di frazione, contrada, borghetto, comunità montana, dei dopolavoro, dei condomini e degli oratori festivi”

“Pure degli… oratori festivi?”

“Sì, anche quelli, con buona pace dei preti che hanno ceduto l’esclusiva in cambio dell’impegno a inserire Adeste fideles come sigla d’apertura e chiusura delle trasmissioni!”

“Scendo dalle stelle.. ma che diamine dico: cado dalle nuvole!” – commentò confuso Dolby – “Perché tutto questo, a chi piace?”

“Allo spettatore medio” – rispose l’altro – “adora tutto quello che è palla in movimento. Non stacca gli occhi dallo schermo e se lo si lascia un solo istante senza partite, va seduta stante in crisi isterica d’astinenza. Uno così non lo puoi mai lasciare solo, perché, se si ferma a pensare, ricorda che non ha lavoro, che non sa come sbarcare il lunario, che è governato da una classe politica corrotta, che c’è la fame nel mondo, che la guerra divampa, che il mondo sta morendo soffocato dall’inquinamento. Gli sforni il calcio e gli fa effetto paracetamolo, sia esso di qualità o no. Tanto ormai non s’accorge più delle differenze. Ciò che conta è che la palla rimbalzi, non importa chi e dove la fa rimbalzare…” 

“D’accordo, anche la nostra partita, a questo punto, è divenuta interessante da casa e nello stadio, ma perché pure pericolosa?”

“Considera che siamo finiti nel giro delle scommesse. Squadra nuova, senza trend storico. La gente scommette e vuole sapere come va a finire. C’è chi ci crede e dice che vinceremo, chi invece che ci faranno neri e chi, infine, sostiene che non si giocherà per motivi di ordine pubblico e tutte e tre le fazioni fanno a cazzotti tra loro. Per ora sembrano avere la meglio i sostenitori del ‘non si gioca’”.

“E tutto questo per noi e le nostre insignificanti partitelle di calcio tra amici” – chiosò mesto Dolby.

“E’ il sistema. Diviene importante non ciò che vale, ma ciò che qualcuno decide che debba divenirlo” – annuì l’altro.”

“Per oggi credo di averne abbastanza” – concluse Dolby – “torno alle mie donne, quelle non mi abbandoneranno mai”.

Ma proprio mentre stava per chinarsi a riprendere il borsone, invasero il campo una decina di ragazze accigliate e gli spalancarono giusto a un palmo dal naso un enorme striscione con su scritto <<Se molli ti mollo!!!>>. Una di loro, che doveva essere stata eletta portavoce e sembrava la più agguerrita, gli si avvicinò minacciosa e, puntandogli contro l’indice, lo apostrofò aspramente  – “Eh no, caro, noi ti abbuoniamo tutto, le promesse da marinaio, i subdoli sotterfugi, persino le corna, ma tu ora giochi!”

“Ma.. ma..” – balbettò il ragazzo incredulo – “mancano le porte…”.

La donna riprese e completò il pensiero – “La partita si giocherà, Dolby. Se poi mancano le porte è pure meglio, perché noi abbiamo scommesso tutte sullo zero a zero!!!”    

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Pausa pranzo – Racconto estemporaneamente folle di Andrea Fiore

panchinaScatta il mio quarto d’ora di pausa pranzo. E’ poco, ma me lo faccio bastare. Faccio le scale con calma, metto la testa fuori e.. il tempo è bello, oggi il sole riscalda parecchio. Mangerò il mio sandwich al parco. Laggiù scorgo una panchina libera; che culo. Allungo il passo e ne prendo possesso tronfio; è come se ci avessi piantato la bandierina dell’allunaggio: adesso è mia! Seduto comodamente vedo la gente passare, mi piace osservare. La gente va di fretta. Che ci avrà ad andare così di fretta. Sembrano tutti avere qualcosa d’impellente da sbrigare. Ma quanti ne sono? Poi dicono che da noi si sta male, che in Italia si lavora troppo, che non c’è tempo per respirare. Ma chi lavora se tutta ‘sta gente è qui in giro come biglie impazzite? Quel tizio lì non mi sembra stia lavorando e neanche quell’altro. Starà sì e no lavorando il 30%, dai, facciamo il 40 di queste trottole. Quel 30 o 40 avranno pure diritto ad avere fretta; ma gli altri? Eppure anche loro sembra che abbiano fretta. Saranno portatori di ghiaccio. Una nuova patologia. Un uomo tranquillo viene colpito accidentalmente da un virus o un batterio sconosciuto alla scienza e subito smania per procurarsi una lastra di ghiaccio e da lì iniziano i problemi. Il parallelepipidone di ghiaccio rischia di sciogliersi se non lo trasporti di corsa. Il punto è: dove? Dove portarlo? L’uomo non lo sa. Sa solo che deve portarlo da qualche parte, ma non dove. Può forse immaginarlo, come un flash che gli trapassa la mente, ma non ha certezze. Potrebbe anche chiedersi: perché lo trasporto e che conseguenze ci sarebbero se lo lasciassi sciogliere, ma già non riesce a darsi una risposta al primo quesito, figurarsi a questi altri. Del resto, se sapesse rispondersi non sarebbe malato; sarebbe sano o, al massimo, un portatore sano di ghiaccio. Toh, finalmente un tizio che va lento; che strano, è smarrito, sembra fuori luogo. Sembra che dica scusate, perdonatemi, ho sbagliato fumetto; sapete dov’è la mia striscia? E’ quella che scorre più lenta, la gente non viene mossa, ma ben delineata, definita che sembra un affresco! Si starà chiedendo: cooosa ci faccio quiiii, in questo bordelloooo? Rischio d’essere arrotato da un pedone. Tranquillo ciccio, il pedone non può arrotarti; non ha le ruote; al massimo ti asscarpa o ti acciabatta e non dovrebbe essere nemmeno tanto doloroso, solo un po’ fastidioso, al limite qualche livido che passa, guaribile in un paio di giorni. Mi giro di scatto, un piccione attira la mia attenzione. Mi si posa accanto, sembra leggere i miei pensieri, sembra cogliere la mia perplessità nell’osservare questo mondo di genti folli che s’arrabattano. E’ un Im..piccione! Sorrido tra me e me e decido d’ignorarlo; preferisco interrogarmi ancora sui matti che corrono. Che cosa cercano? Oro, Argento, Mirra? Passi per l’uno e magari per l’atro, ma cosa la cercano a fare la mirra se manco sanno cosa cazzo sia, come si usi? Si mangia, s’indossa, si sniffa? Esiste un libretto d’istruzioni per la mirra? Una manutenzione programmata? Una lavanda gastrica se esageri? Insomma, esiste un bugiardino? “Bugiardino, piccolo monello bugiardino” gli urlano contro. Eccone uno, tondo tondo e col ciuffettone maldestro che viene a gambe spiegate nella mia direzione! Odio quei piccoli rompicoglioni. Fanno i capricci, strillano, ti dicono che s’annoiano, che vorrebbero ancora giocare, che vogliono la merendina e si sporcano da capo a piedi e poi sparano cazzate grosse, grosse.. grossissime e la mamma o la nonna li rimbrotta, dicendogli con una vocina piccina picciò, tra l’amorevole e il ruffiano andante, “bugiardino che non sei altro”. Ma bugiardino cosa? bugiardino un bel piffero! Piccolo mostriciattolo, rompiballe patentato, schedato dalle polizie di mezzo mondo come scassacazzi e protetto da tutte le associazioni salvafanciulli che fanno di te praticamente un paria e un carnefice nei confronti di un povero sfigato che come me cerca un attimo di pace temporaneamente fuori dalle quattro mura di un ufficio letale! Io sono la vittima, la vera, inconfutabile, incontrovertibile vittima che deve sorbirti qui, a quest’ora, dallo spazio angusto di una panchinetta senza poterti dire basta, neanche un piccolo vaffanculo. Lei è la mamma? E’ la nonna? Tento un approccio propedeutico a consigliare vivamente la somministrazione al piccolo di una massiccia dose di bromuro formato biberon con ciuccio extra-comfort per almeno i dieci anni a venire. No, non sono la mamma; no, non sono la nonna. Chi cacchio sei allora, brutta megera che porti al parco il piccolo criminale che mi si affeziona pure e non mi si stacca più di dosso, proprio come un rognosissimo gatto nero sui coglioni? Forse la baby sitter? O meglio, setter? Quel bimbo non è un umano, ma un cucciolo di cane rabbioso. Oppure setter sta per setta? La setta segreta cui appartiene lo gnomo perverso che ora mi guarda compiaciuto? Che fa? Accenna un sorriso e.. e..  mi sgancia un rigurgito sui pantaloni appena smacchiati! Che schifo!!! E tu cos’altro sei, da dove sbuchi fuori, stranissimo essere peloso di color grigiastro smorto, tendenzialmente a quattro zampe o forse cinque? No quella cosa che ruota vorticosamente non è una zampa, ma una coda-ventilatore, perverso marchingegno che mette in circolo in un sol colpo una spietata mistura di microbi, peli e peti.. puah! L’essere avverte l’odore del rigurgito infantile, mi si avvicina minacciosamente, si attacca ai pantaloni, ruota pericolosamente su se stesso e.. cazzo no! Questo no, non sono un palo. Non ci assomiglio per niente, non rapino le banche, non ci entro nemmeno; ho l’home banking, io; faccio tutto dal web! Ma come si fa a confondermi, stupido teletubbie?!? Arriva la padrona. Gliene dico quattro, forse otto, no otto non bastano! Guardi che ha combinato il suo cane incontinente!!! Mi scusi, sono frastornata, non so cosa fare, non so come fare, non so.. Quante cose non sa? E’ una vera ignorante. E’ libero? Che domanda è mai questa? No che non lo sono, sono impegnatissimo, lavoro io, sa? Mi sono fermato solo un quarto d’ora per la pausa pranzo. Non lei, il sedile; chiedevo se è libero il sedile, la panca. Vuol dire quel che rimane tra vomito e piscio della panca? Sì; direi che è libero. Arriva anche il mio ragazzo; dobbiamo entrarci in tre. Cos’è una scommessa, penso tra me e me. Come quelle che si facevano decenni orsono. Ricordo certe foto di vagonate di gente che s’accalcava nelle renault Diane. La mente umana è davvero strana. Un centinaio di stronzi in apnea su di un trabiccolo traballante che tentano di dimostrare che si può entrare in tanti nell’angusto abitacolo. Saranno riusciti poi a venirne fuori? E’ questa la vera domanda cui saper rispondere. Per me potrebbero stare ancora tutti lì, belli e sepolti, felicemente ammuffiti tra le lamiere della scatola a rotelle a interrogarsi ancora su come sciogliere i nodi. Ecco, me lo sentivo, i due si siedono e s’allargano. Lui poi sta pure con le gambe aperte; le cosce letteralmente spalancate. Ma che ci avrà lì in mezzo?!? A Rocco Siffredi de noantri, componiti; facessero tutti come te, dovremmo allargare i parchi. Continua a stare largo, ‘sto stronzo; s’allarga ancora di più, a vista d’occhio: un’ameba! Il parco gli va decisamente stretto! M’infastidisce. Sarà il suo stile di vita, una filosofia della postura, oppure è il suo karma, che lo fa condanna a cosce aperte, perché nelle tre vite precedenti andava a chiappe strette tra anfratti angusti! Karma, molta karma, ecco quel che ci vuole, mentre mi si riduce a presa rapida lo spazio in quella che fino a qualche istante prima era la MIA panchina. Lei, lui e il perfido cane, una continua incontenibile espansione!!! Forse preferivo l’enfant prodige vomitone di prima; già lo rimpiango! Parlano ininterrottamente, non respirano, è come se avessero delle piccole branchie laterali montate sotto le ascelle da cui prendono ossigeno… E’ stato stupendo incontrarti. Sì, la cosa più bella che potesse accaderci. Una pura casualità e i nostri destini si sono incrociati. Due perfetti sconosciuti e ora io, tu e il nostro cane, anche lui trovato per caso, povero, abbandonato, lacrimante in mezzo a una via. Forse c’eravamo dati appuntamento da un altro mondo, forse da una vita parallela, forse… E io mi chiedo tra me e me, mentre scarto nervosamente il mio sandwich: ma con tutti ‘sti universi paralleli, giusto nel mio dovevano susseguirsi tutte ‘ste cazzo di casualità?!? Ora si baciano, mentre lei gratta insistentemente (e credo anche senza che le sia richiesto) il groppone al cane e chissà quante zecche staranno balzando sul mio tramezzino come naufraghi che s’aggrappano all’ultima speranza d’una scialuppa di salvataggio. Poi i due innamorati decidono d’appartarsi e m’affidano il cane. Il cane è timido, non è abituato a stare con gli estranei. Ma chi vi dice di affidarmelo?!? Io sono un estraneo, un perfetto estraneo; quasi un nemico! Non potete affidarmelo. Nemmeno io mi fiderei, potete credermi. Ma no che non lo è un estraneo;  non lo è più. Abbiamo condiviso una panchina e lei ormai è dei nostri e poi se Piscio ha ancora paura, al massimo.. mi piscia addosso! Lo sta facendo senza ritegno. Di nuovo! Ma che gli danno da bere, la Fiuggi?!? Chiaro che lo chiamano Piscio.. mai nome fu più appropriato.. non ce lo vedevo con un nome tipo Impedimento o Calcolo. Piscio è la sua morte, almeno spero.. Porca miseria, l’orologio; che ora s’è fatta? Game Over. Via il sandwich; m’è passata la fame! Però devo ammettere che sono stati quindici minuti vissuti intensamente e di certo non ho pensato al lavoro. Non so com’è, ma mi sento pure stranamente rilassato. ‘Sto cazzo di cane lo lascio legato qui, alla panchina, che tanto si fa compagnia da solo pisciando. Vedrai, bello mio, che il tempo ti passa di getto! Io me ne torno in ufficio. Che dire? M’è venuta voglia di rientrare… sarà grave?!?  

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